sabato 26 ottobre 2013

Le femmine mussoliniane, i maschi antimussoliniani

Cade il fascismo: donna Rachele violata in macchina, Claretta Petacci ammazzata. Un ritorno al grado zero dell'animalità:le donne ricacciate indietro allo stadio di femmine, gli uomini nelle caverne del maschio miserabile capo-sottocapo-ispettore-branco

Com'è dolce naufragar per i naufraghi del mondo: Leopardi in Latouche. Latouche in Australia!











Il Centro di Accoglienza dell'Australia e i Centri di Accoglienza dell'Italia

23 ottobre 2013 presentazione di Serge Latouche a Catania, ex Facoltà di Economia e Commercio. E sospettiamo che soltanto in luoghi di sottosviluppo presuntuoso possa riscuotere credito il latouchismo della "decrescita felice". Ispirato a un latouchismo critico uno dei presentatori, professore d'economia e pretendente alla sindacatura della città, ontologicamente o storicamente "decresciuta", flagellata come gran parte del Sud dagli alti e antichi tassi disoccupazione, scopre una vecchia e vuota e rumorosa formula sindacale radical chic: "lavorare meno". E... da tagliarsi le vene! Che ne pensano gli inglesi, i tedeschi, gli americani, gli indiani, i cinesi di Latouche?

1787: ha cominciamento la colonizzazione inglese dell'Australia, esplorata nel 1770 da James Cook. Una grande prigione, una cloaca criminale dove restringere e "denuclearizzare" l'eccesso demografico e umorale, la delinquenza inglese, lo scarto dell'industrializzazione, la disoccupazione di massa dei contadini inurbati nel naufragio del primo fungo atomico della modernizzazione. E' anche la compensazione della perdita delle colonie americane e una profilassi sociale: esportare i poveri prima che diventino delinquenti (ché prima o poi scoprono di non avere altro di intelligente da fare: Robert Hughes, La riva fatale. L'epopea della fondazione dell'Australia (Adelphi 1995).

giovedì 24 ottobre 2013

Il modo di produzione mafioso o l'immensità del numero degli spiluccatori: il settore formativo



Clio, Musa della Storia

Raffigurazione (1632) di Clio,
Musa della Storiografia
Artemisia Gentileschi (1593-1652/3).


Il pizzo sulle Muse, dee dell'intelligenza artistica e scientifica, sulla risorsa Clio, ad esempio, è l'immensa quantità di stipendi erogati per l'amministrazione del sapere. Come - nell'immagine di Antonio Gramsci - sullo sterco del cavallo si affollano gli uccelli a beccare e ad amministrarselo, così sui docenti si avventano gli amministrativi e gli ausiliari delle scuole e dell'Università per amministrare la risorsa del sapere. Nessun bene può valere meno del costo della sua amministrazione: un'abitazione il cui affitto valesse meno della sua gestione sarebbe fuori mercato, non susciterebbe interesse alcuno negli investitori, sarebbe inabitabile, deserta, dissestata come un professore nei suoi vestiti dozzinali, comprati all'oviesse. Un docente vale meno di un ausiliario o di un funzionario. Ai politici italiani piace questa squola,che è la squola da cui provengono, la squola del funzionariato di sezione, dello sbrigafaccende di quartiere. E senza quartiere è la guerra che i politici conducono sotto la bandiera dell'antintellettualismo contro i sapienti. Bisogna rinnovare la zoopolitologia machiavelliana e aggiungere al "lione" e alla "golpe" l'asino che, rampollo scalciante della forza leonina e furbo della faccia tosta volpina, recluta e comanda gli avvoltoi rapaci degli amministrativi e degli ausiliari.
Quando non sanno usarli o consigliarli i Sapienti disprezzano i politici che, biascicanti ipocrita rispetto (la Scienza, ah, la Scienza!), impauriti e in soggezione, dopo averli conficcati a testa in giù, li sottomettono,all'aria sgambettanti, agli amministrativi. O ai militari come quando, alla morte nel luglio del 1937 di Guglielmo Marconi, fondatore e presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, a prendere il posto fu  fino al 1941 Pietro Badoglio, il Maresciallaggio d'Italia, con una prebenda di 100.000 lire annue. La storiografia ancora (e chissà fino a quando!) si interroga sul contributo badogliano al CNR!

Il mare nostro delle sabbie mobili

La scoperta degli oceani aprì all'Occidente gli orizzonti dell'egemonia planetaria. Al contrario, permane nella condizione di pantano il mare italiano, il mare Mediterraneo, residuo degli Oceani dopo l'emersione dei Continenti e la frantumazione del Panthalatta: vi si radica il futuro. Di chi vi affoga! E allora

sabato 19 ottobre 2013

Memorabile: lo studio della storia è la rimozione in varie forme del passato

















"Ireneo cominciò con l'enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti soldati del suo esercito; Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonide, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l'arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta [...s]'accorse della paralisi [...] ragionò (o sentì) che l'immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili", (Jorge Luis Borges, Funes o della memoria").

La memoria si illude di rendere somigliante al passato il futuro. Pertanto, è decisiva l'argomentazione di Boncompagno da Signa, vissuto tra il 1170 e il 1250: " Memoria è un glorioso e ammirevole dono di natura, per mezzo del quale rievochiamo le cose passate, abbracciamo le presenti e contempliamo le future, grazie alla loro somiglianza con le passate" (il passo è tratto e tradotto da Rhetorica Novissima del 1235).
Ma la memoria non è innocente "dono di natura"; è un astuto artificio, una tecnè, ars memorandi, memotecnica. Ricordare è una decisione e una rimozione, una disposizione di immagini ordinata al ben fare. Il diario, il trasferimento diretto dell'evento al segno che lo renda memorabile, pretende di essere l'autopsia della storia, la "visione diretta", la maniera irrefutabile o non falsificabile della storiografia, della rappresentazione per segni verbali degli avvenimenti. Il testimone oculare rappresenta quel che vede (eidein,indagare in greco, attorno a cui si aggrega la pasta linguistica che va a formare istorein, investigare e giudicare). Fare e testimoniare il fare sono la coincidenza tra storia (res gestae) e storiografia (historia rerum gestarum): l'irrefutabilità tipica della scienza a-popperiana (il delirio) è il proprio punto di vista, il personale punto di vista (ma non esiste un punto di vista che non debba essere personale: se vedo, sono per me e per quello che vedo). E poiché l'accaduto (qualsiasi evento, compreso l'onirico) si rappresenta verbalmente, la storiografia è una questione di stile linguistico, un'operazione dell' ars dicendi o scribendi, è Retorica, Institutio oratoria, composta in Marco Fabio Quintiliano di cinque parti, inventio come escogitazione, dispositio o distribuzione, elocutio o adeguamento delle parole alla cosa escogitata, la più nobile, memoria, luogo o facoltà popolata da fantasmi, ché a dire di Tommaso d'Aquino, nihil potest homo intelligere sine phantasmate (nulla può l'uomo capire senza disporre di immagini che sono il simulacro memorabile di eventi o enti fisici) e, quindi, actio, agire da vir bonus, rettamente morale o politicamente corretto. Actio vale anche come rappresent/azione. Per un solo fatto mille, centomila miliardi di rappresentazioni, dove ogni rappresentazione è un altro fatto. Mentre resta imprenscindibile The Art of Memory (L'arte della memoria, Einaudi 1972) della Frances A. Yates, risulta talmudico il divertissement di Raymond Queneau, Esercizi di stile ( Exercises de style) che la Gallimard pubblicò nel 1947. Se ne  raccomanda l'edizione italiana dell'Einaudi, prefata da Umberto Eco e postfata da Stefano Bartezzaghi.
La scrittura è la tumulazione della storia dopo esserne stato composto il cadavere pre-dissezionato e studiato in ogni dettaglio. La conoscenza di quel corpo esanime eviterà che il cadavere (o il passato) si presenti in maschera con le vive sembianze del futuro, come il corpo annegato dell'operazione Mincemeat con cui gli Inglesi presero per il naso Hitler: a credere ai cadaveri, si diventa cadaveri.
La storiografia si pone a servizio della memoria per farne opera qualificata di rimozione. L'unica maniera per liberarsi del passato è il suo studio. E così vissero infelici, sconfortati, ma liberi! O, forse, meglio detto con l'aforisma di Giuseppe Raciti: "L'accertamento storico ha un solo scopo, quello di esorcizzare l'influsso del passato sul presente; sicché le tesi degli storici sono altrettanti chiodi ribaditi sul coperchio dei fatti. Ogni indagine storica è un seppellimento prematuro".
Archeologia genealogica come in Foucault! Fatti e valori sono costituiti, hanno una genealogia di un lontano arché, posto alla fine e all'inizio. L'Io non costituisce la sua erranza, non è un costituente. E come nei viaggi non vale tanto il luogo di partenza o quello di arrivo, quanto il viaggio.
La storiografia come "contro-memoria" (Art of Counter-Memory) per "la dissociazione sistematica della nostra identità", come spiega con abbagliante chiarezza il passo seguente di Foucault, lettore di Nietzsche: " Poiché questa identità, pur debole, che cerchiamo di assicurare e di raccogliere sotto una maschera, non è che una parodia: il plurale l'abita, anime innumerevoli vi si disputano; i sistemi si incrociano e si dominano gli uni gli altri [...]. E in ognuna di queste anime, la storia [ id est la storiografia] non scoprirà un'identità dimenticata, sempre pronta a rinascere, ma un sistema complesso di elementi a loro volta molteplici, distinti, e che nessun potere di sintesi domina[...] La storia [come sopra], genealogicamente diretta, non ha per fine di ritrovare le radici della nostra identità, ma d'accanirsi al contrario a dissiparla; non si mette a cercare il luogo unico da dove veniamo, questa prima patria dove i metafisici ci promettono che faremo ritorno; essa si occupa di fare apparire tutte le discontinuità che ci attraversano[...]"(Nietzsche, la genealogia, la storia in M. Foucault, Il discorso, la storia, la verità, Einaudi 2001, p. p. 61-62).La storiografia come produzione di immagini (narrate) per mezzo di immagini (documentarie, documentate) è la più potente delle attività retoriche, l'opus rethoricum per eccellenza: metabolizza e piega alla sua sostanza verbale persino la durezza della statistica, delle rappresentazioni istologiche, dei diagrammi, degli assi cartesiani, delle "torte", di tutto l'armamentario hard del sapere matematizzato. Lo storiografo recalcitrante è un uomo di "lettere" (le alfabetiche vocali, consonanti e le figure retoriche) a sua insaputa. Sa cocciutamente di volere essere il sacerdote della Verità, il Profeta del Passato. E' troppo pieno di sé, di boria teleologica orientata a trasformare la Storia remota, prossima e futura in Teologia (basta poco alla Teleologia per farsi Teologia!). Il negazionismo non è un'antistoriografia, né anti-Storia (come potrebbe esserci nella Storia l'anti-Storia?), ma storiografia della negazione e conserva di ogni evento (negato) l'alone della sua presenza. Più radicalmente, per l'eliminazione dell'alone, sopravvive la tecnica della distruzione o della sottrazione dei libri storiografici, acquistati in blocco e fatti sparire come nel caso dell'Agip che ha buttato nella foiba della rimozione colpevole il racconto, edito nel 1970, di E. Hytten e M. Marchioni (Industrializzazione senza sviluppo:Gela una storia meridionale, Franco Angeli, Milano 1970) sul fare industria a Gela dove la fabbrica petrolchimica, assieme alla classe operaia, erede della filosofia classica tedesca,vi fece crescere la delinquenza locale in mafia, erede della marginalità classica siciliana. Anche l'Agip ha studiato la Storia, facendone storiografia dell'abrasione, imitando tutti quegli accademici che obliano nel silenzio altri accademici di parere e di racconto diversi, indegni di avere posto nemmeno in una nota a piede di pagina,

giovedì 10 ottobre 2013

La Lulinciana di Lucky Luciano e la storiografia vibrante di antimafia



Ora ora arrivau u ferribotti carico di mulinciani avvolte in un panno e in un fazzoletto "large"(L)!








Rispondenze: "L" come "M". 
Da quando l'ha raccontata Michele Pantaleone in Mafia e politica 1943-1962 (Einaudi 1962) la storiella della "L" è passato più di mezzo secolo. E' stata ripresa in questi ultimi cinquanta anni da vari altri autori con qualche variante come quella apportata al velivolo, non più un caccia ma un piccolo aereo color kaki. La rivista, l'ultimo ferribotto, "Storia" del numero doppio 93-94 del luglio agosto 2013, con in copertina il titolo 1943. L'estate della svolta (e dei misteri), torna sull'argomento del legame tra Cosa nostra e invasione anglo-americana per segnalare "una lista di circa ottocento uomini su cui poter ciecamente contare e due voli compiuti da aerei da caccia statunitensi su Villalba, paese del Vizzini, perché paracadutassero un panno e un fazzoletto di seta giallo-oro con ricamata la 'L' nera di Lucky Luciano, forse per spingere la popolazione a sottomettersi all'esercito americano così com'era sottomessa al potere dei mammasantissima".  Volava in quota da crociera a una velocità di 700 km/h un aereo da caccia americano. Volava e se ne fotteva della contraerea italo-tedesca ché era Cosa Nostra. Era un cacciabombardiere mafioso a tuffo, era solo un caccia che scendeva a bassa quota? Bassa quanto? Preciso preciso da riuscire a depositare -  due passi dall'abitazione di don Calò Vizzini a Villalba - un fazzoletto con una "L" ricamata e raccomandata con il timbro postale della Mafia siculo-americana. Il 14 luglio 1943 non c'era un refolo di vento, afa stagnante siciliana? Ma pure in questo caso 700km/h ne creano di vento tanto che riuscirebbe difficile fare recapitare preciso preciso con l'approssimazione di un centimetro a due passi dell'abitazione di don Calò un fazzoletto che non doveva essere più pesante di una mulinciana per quanto siculo-americana! Don Calò era un uomo di Chiesa e non aveva bisogno della mafia per accreditarsi agli occhi del colonnello Charles Poletti, responsabile dell'Amministrazione militare del governo dei territori occupati(AMGOT). Finemula! O come intima internazionalisticamente la mia amica H. ai figli infantilmente turbolenti e supponenti: "Stop it!".
P.S. E' proprio vero: anche Omero di tanto in tanto dormicchia. Barbara Spinelli - che scrive sempre con coltissima e condivisa intelligenza - ne L'Europa di cui abbiamo bisogno. Il potere senza responsabilità, una lettura alle "Tre giornate. 11-13 ottobre 2013" del Teatro La Fenice di Venezia - tra il "possibilitarismo" di Musil (il suo uomo senza qualità è Ulrich, "Moeglichkeitsmensch, un uomo delle possibilità, un possibilitario") e il virtualismo storico di Niall Fergusson - affolla la schiera della storiografia dei mammasantissima dell'operazione Husky ritenuta "mafiosa": "gli americani avrebbero potuto rifiutare accordi con la Mafia siciliana,quando liberarono il nostro paese dal fascismo, e la storia italiana del dopoguerra sarebbe stata diversa: forse non staremmo ancora a parlare di patti tra Stato e mafia".

sabato 14 settembre 2013

Il tempo delle melenzane e il posto dei badogli: l'Italia nostra badogliata.







Francesco II delle Due Sicilie

Francesco II





"... Badoglio era l'ultima persona al mondo cui il Sovrano avrebbe potuto o dovuto rivolgersi in quel momento [all'indomani della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943]. Anzitutto Badoglio era odiato, giustamente odiato, dall'esercito e dal Paese. Non era un mistero che Badoglio aveva largamente profittato per 20 anni dei favori della dittatura fascista sempre servile e sempre prono agli ordini del dittatore. Non era un mistero che Badoglio aveva approvato la nostra entrata in guerra dell'Italia e approvato l'infausta guerra alla Grecia salvo poi a dimettersi bruscamente quando la campagna di guerra cominciava a svolgersi con disgrazia delle nostre armi, piantando così in asso i nostri soldati da lui trascinati in quella tragica avventura cui non poteva essere riservata altra fine se non la sconfitta", Dino Grandi, Memorandum 1958 in "Nuova Storia Contemporanea", a. XVII, n. 3, maggio-giugno 2013,p. 73.

Il paese dei badogli, fondato sui badogli, sul "tradimento", quello della Marina dei Borbone del Risorgimento, quello di Badoglio e della Marina regia del Ri-risorgimento della seconda guerra mondiale. A ogni svolta, a Salerno o a Battipaglia, troviamo un Badoglio! Portata a termine la lettura dello snello volumetto di Antonello Battaglia (Edizioni Nuova Cultura 2012), Il Risorgimento sul mare. La campagna navale del 1860-1861, si radicano ancora più fissamente la convinzione e la conferma storiografica (di buona e ricca bibliografia) che se "risorgimento" ci fu, la volpe machiavelliana ne beneficiò, che risorse con indosso l'uniforme degli Ufficiali della Marina, prima borbonici e poi sabaudi. Il Contrammiraglio Pellion di Persano, che neppure da Cavour era stimato ma che era conte come il Benso lo era di Cavour - erano contigui, mi abbaia a suggerimento il mio cane transessuale con la sua sessualità volta al futuro - portava a spasso per il Tirreno e l'Adriatico la squadra navale sarda a fare rari e innocui  fuochi d'artificio nel porto papale di Ancona, a seguire a distanza i vapori garibaldini Piemonte e Lombardo (che non sbarcassero nello stato Pontificio!) e a corrompere gli ufficiali della Marina napoletana, con denaro e con promesse di promozione di grado nella Marina sabauda post-unitaria. Cavour scriveva l'1 giugno del 1860 a Carlo Pellion (quello della sconfitta di Lissa del 1866, dove - e citiamo - il suo antagonista austriaco, vittorioso,Wilhelm von Tegetthoff, "navi di legno comandate da una testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da una testa di legno): " Alcuni ufficiali della Marina napoletana avendo manifestato sentimenti italiani al signor marchese d'Aste[Giuseppe Armero, comandante della pirocorvetta a ruote, Governolo, facente parte della divisione navale inviata in Sicilia agli ordini di Persano], ho mandato a quest'ufficiale col telegrafo, l'ordine di coltivare questi sentimenti e di continuare le trattative apertesi, facendogli facoltà di assicurare a coloro che promuovessero un pronunciamento della Squadra gradi e promozioni vantaggiose". A un certo punto si dispose di un numero di disertori comandanti superiore alla quantità di navi da comandare. E Cavour, prima di morire, si affannò ad annullare tutte le promozioni per meriti traditori. Tante, troppe erano! Fu che il Conte Camillo Benso per ostacolare il paventato "tradimento" dei Napoletani con il passaggio della flotta partenopea tra le fila degli Austriaci, aveva tenuto aperto un credito "illimitato" di parecchie centinaia di migliaia di ducati presso il banchiere di Napoli, De Gas, dal quale attinse il Conte di Persano per alimentare il deflusso marinaro da Napoli a Torino. Un credo sabaudo che guadagnò un flusso enorme di devoti: gli ufficiali della migliore Marina degli stati Italiani pre-unitari.Il 6 settembre del 1860 Francesco II sulla nave a vapore, Messaggero, del capitano Vincenzo Criscuolo darà l'addio a Napoli per rifugiarsi a Gaeta: " Prima di salpar l'ancora, il comandante Criscuolo trasmise alle navi borboniche ormeggiate nella rada il segnale per invitarle ad accompagnare il Sovrano a Gaeta; ma Persano aveva largheggiato con piemontese generosità. Si era fatto credere agli equipaggi che il Re li avrebbe mandati a Trieste[ in Austria];in conseguenza, non un vascello si mosse. Al largo di Procida, il Messaggero avvistò una flottiglia di quattro fregate a vapore: anche queste tennero in non cale l'ordine ricevuto e l'indomani passarono alla marina piemontese" (Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti Martello 1962, p. 559). Il Risorgimento sul mare, come recita il titolo da cui abbiamo preso lo spunto? No, sul ducato, nonostante quel che scrisse un grande narratore de La fine del regno di Napoli, Raffaele de Cesare per il quale "non fu [...] la dissoluzione della marina opera di setta [massonica] o di danaro né proposito di tradimento: fu effetto dell'ambiente, come si direbbe oggi [traggo la citazione dalla terza edizione del libro del 1909, pubblicato a puntate sul Corriere di Napoli nel 1894 e poi in volume, prima edizione, nel 1895],ossia di quella generale frenesia, onde tutto venne manomesso ed offeso da parte di tanti, i quali avevano giurato fede ai Borboni, e che al giuramento credevano non venir meno, passando nelle file dei nemici[...]. Francesco Caracciolo aveva fatto [ a favore dei Francesi] altrettanto nel 1799"(p. 856). Insomma "leggerezza o "irrequietezza" o la baudelairiana (mon coeur mis à nu) "gioia sottile nel disertare una vecchia causa per accertare che cosa si prova a servirne una nuova" (je comprends qu'on déserte une cause pour savoir ce qu'on éprouvera à en servir une autre) o voglia di eccellere, di conoscere i mari - e poi gli oceani - degli ufficiali napoletani soffocata dalla miopia marinara e geopolitica dei Borbone? Tutto questo si nascondeva dietro l'afflitta, desolata confessione del fuggitivo Francesco II a Criscuolo: " Vincenzino, io credo che l'armata navale mi abbia interamente tradito...". E non era tradimento, ma un'arma del vincitore, una virtù bellica dell'antagonista! A volte un dono disinteressato, come nel caso della pirocorvetta a ruote Veloce del comandante Amilcare Anguissola e del Monarca del capitano di vascello Giovanni Vacca che si pentì di essersi pentito della consegna del suo pirovascello ai sardo-piemontesi. Altre volte un'arma costosa il tradimento quanto "un fondo di sterline stanziato a favore di Garibaldi, cambiato in piastre turche e finito poi nelle tasche dei generali borbonici Landi e Lanza, rispettivamente avversari di Garibaldi a Calatafimi e a Palermo"!(Alberto Santoni, Da Lepanto ad Hampton Roads, Mursia 1990, p.278).