domenica 28 aprile 2013
Criminali nati
La "Tecnica" in Junger, anarca, quale Herrschaft, Macht und Gestalt di Der Arbeiter, in Toltsoj, contadinista anarchico, era Arbeitskur, ergoterapia dell'angosciato Lévin Konstantin Dmìtrievic: “Quanto più a lungo Lévin falciava, tanto più spesso viveva momenti di oblio, durante i quali non erano più le mani a falciare, ma la falce stessa che faceva muovere dietro di sé tutto il corpo consapevole, pieno di vita, e, come per incanto, senza pensarci, il lavoro si compiva da solo, misurato e preciso. Quelli erano i momenti di vera beatitudine” (Anna Karénina). La beatitudine era l'assenza da sé, l'orfanità di se stesso. Ricordiamocelo: "Arbeiter deriva da arbeo, una parola gotica, l''eredità' [...] Questa parola deriva dal greco orfanos e dal latino orbus, 'privato di'; l'eredità è prima di tutto il bene del bambino orfano, privato della protezione dei genitori. Il termine tedesco arbeit, 'lavoro', deriva verosimilmente da un verbo con la stessa radice che significa 'essere orfano', da cui, per slittamento di senso, 'essere un bambino sottomesso ad una dura attività fisica'” (Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger, Guanda 1986, p. 87 e relativa nota). Anarca o anarchico, si torna alla cacciata dal Paradiso, alla perdita del Paradiso che deve trovare un surrogato (La Tecnica) o una distrazione (il lavoro come vocazione, chiamata, calling o Beruf). Magritte direbbe che quella falce non è una falce, lo strumento di lavoro non è uno strumento di lavoro, il lavoro non è un lavoro, ma un riempitivo dell'angoscia della nascita. Ecco perché il disoccupato delinque: non transustanzia in ergon la sua angoscia. Nascere e basta è un crimine!
Melenzane hegeliane
Un russo, come Dostoevskij nel suo esilio in Siberia, legge le "Lezioni hegeliane della filosofia della Storia" e scoppia a piangere, si scopre russo, ancorché fuori dalla Storia e dalla Ragione, racconta in un sapidissimo libretto, pubblicato nel 2009 da "Il melangolo", Làszlo F. Földény. Un siciliano legge le Lezioni di Hegel e diventa melenzana perché vi scopre che "il Mediterraneo è l'asse della storia del mondo". Dostoevskij scopre — e si danna — che l'Occidente hegeliano in cui credeva l'ha buttato fuori dal mondo, in Siberia che per Hegel, l'amato Hegel, "è fuori del campo d'osservazione, la cui configurazione non è tale da poter essere teatro di civiltà storica, e quindi da farsi avanti con una sua propria fisionomia nella storia del mondo". Il russo che fa? Esiliato fuori dalla Storia e dalla sua Ragione razionale o dalla sua Razione di Razionalità, trasforma l'Europa della Storia per eccellenza, il Paradiso te(le)ologico, rispetto al quale la Russia e la Siberia sono Inferno, in contro-Inferno, perché tale è un luogo abitato dall'uomo che ha detronizzato Dio per farsi Dio o funzione di Dio, secolarizzando il mondo con la Tecnica, perché infernale, anzi contro-infernale è la Ragione che ha spodestato il Divino. Cosa fa un siciliano? La mena con la sicilianità, con la sicilitudine e melenzanamente si ammucca, si pappa dalle parti dell'Assemblea Regionale Siciliana un "assegno di solidarietà" per mancata rielezione o per abbandono della carica di deputato. Recita il regolamento dell'ARS: " Al termine del mandato parlamentare l'onorevole riceve dal fondo di solidarietà un assegno pari all'80% dell'indennità lorda di una mensilità moltiplicata per il numero degli anni di mandato effettivo". La Siberia produce Dostoevskij, la Sicilia melenzane onorevoli e... Siciliani di sicilianismo, di sicilianità, di sicilitudine, trovate concettuali, bizantinismi che giustificano in politica, in stipendi del pubblico impiego e in antropologia lo Statuto speciale degli abitanti isolani. Certo, ci sarebbe da valutare i criteri antropogeografici di Hegel e lo faremo un'altra volta. Stavolta si consideri quanto sia discutibile ritenere mediterranea l'Europa (quella hegeliana è molto baltica) che nel mito è una donzella stuprata da Zeus lontano dagli occhi indiscreti del Mediterraneo, dalle parti del Danubio, appunto. Il Mediterraneo è speciale con la Sicilia perché vittima antica dello stupro di Giove? Ma per Giove, Zeus era Olimpico, Mediterraneo! Non ci si raccapezza più. È la filosofia che imbroglia le cose? O la sola filosofia della storia che per Hegel non è altro che "la considerazione p e n s a n t e" della storia?
Melenzanomachia
La guerra delle melenzane (mela insania) nel Giardino. Dove, se no? Il Giardino (o Villa) Bellini a Catania (che è una città immaginaria, un’utopia) è stato oggetto recente di una guerra fra nostalgici, filologi e futuristi, tutti ambientalisti, oche e cigni, paperi e papere. Nostalgia del Paradiso s’intende, per lo stretto rapporto che si è costruito dalle nostre parti tra “giardino” e “Paradiso”, tra Eden e hortus (che apparterrebbe al campo semantico di orior, e quindi del supino ortus secondo le incredibili e mirabolanti etimologie del vescovo di Siviglia, l’hispalensis Isidoro, vissuto tra il 560 e il 636). E Gesù è hortulanus, “giardiniere”, a partire da San Giuseppe di Arimatea per il quale Cristo risorge, apparendo nelle vesti di giardiniere a Maria Maddalena: “Gesù è giardiniere nella misura in cui il giardino è simbolo del cosmo ordinato e ossequiente alla volontà dell’Uomo-Dio; è giardiniere in quanto nuovo Adamo che, sollevando l’umanità dal peso del peccato originale, l’ha sottratta dall’esilio del deserto nel quale il lavoro è conseguenza del peccato e comporta come suo salario la morte; ed è giardiniere in quanto signore del giardino del creato, in quanto, appunto, Creatore”(pagina 29 di Nostalgia del Paradiso. Il giardino medievale di Franco Cardini e Massimo Miglio, Laterza Bari 2002). Alle strette: bisognava spendere dei soldi e ci fu un accorrere caloroso di melenzane che diede vita a una melenzanomachia: tanto starnazzare sul nulla perché nulla è avvenuto in quell’ hortus preso di mira da laici giardinieri. Nulla a parte l’intensificazione (effetto infestazione) del piantume rafforzato anche da spettrali alberelli post-atomici in ferro e abitato da fenicotteri, paperi e papere pietrificati dopo l’esplosione di una bomba all’idrogeno per un’architettura ballardiana e falso eisenmanniana. Qua e là sedie vuote, in disordine, lasciate in fretta e furia da chi scappò con i tavoli sollevati sulla testa a ripararsi dai lavilli in caduta dall’Etna.
Il Laberinto, quale nucleo originatore del Giardino, fu all’inizio lo sfizio autoascetico del massone Principe di Biscari che una straordinaria Villa per le agapi della Loggia di cui era Gran Maestro se l’era costruita, la Villa Scabrosa, fuori città sulle lave rapprese (e scabrose) del 1669 dentro il mare (su cui veleggiare e fare marameo, sottraendosi, alle improvvise incursioni della polizia borbonica antimassonica).
Il Laberinto della vita tortuosa e fallace di questa vita da cui uscire in ascesi, in redenzione morale, in purificazione spirituale.
Il Laberinto venduto nel 1854 al Comune dai proprietari massoni in crisi di liquidità al Comune, amministrato in quegli anni da un massone: una transazione commerciale tra figli della vedova. Fiori e ortaggi e, tra questi, melenzane.
Il Laberinto diventa Giardino per destino se è vero come è vero quel che scrive Paolo Santarcangeli a pagina 192 ne Il libro dei labirinti. Storia di un mito e di un simbolo (Sperlin & Kupfer Editori, Milano 2000) a cui attingiamo citazioni su citazioni: “La costruzione di un giardino nasconde (o esibisce) sempre una nostalgia del Paradiso […]. Il labirinto stava a simboleggiare gli intrichi, i dubbi, le difficoltà e gli inganni di cui è disseminato il cammino dell’uomo che cerca la beatitudine celeste […]”. E la funzione ascetico-resurrezionale Berthelot la ribadiva nella Grande Enciclopédie dove il labirinto, emblema della corporazione medievale di architetti e muratori, costruzione dedalea “quale figura alchemica, si trova in testa di certi manoscritti e fa parte delle tradizioni magiche attribuite a Salomone; il labirinto è considerato come un segno di vita, con le sue diversioni e o suoi ritorni, con gli inevitabili ambagi da cui l’uomo tenta continuamente di districarsi, prima di raggiungere il fine comune dell’esistenza”. Occhio alla filologia storica, dunque, che tutti, popolo compreso, vogliono rispettata. E a noi piace la filologia popolare che ha il sapore del sapere storico di chi non ha storia, la storiografia dell’a-Storia.
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Riflettendo sull’originaria vocazione “ortofrutticola” del terreno dei Padri Benedettini, proprietari dell’Orto di S. Salvatore e della collina vignata da cui si ricavava un buon vino, centellinato dai frequentatori durante lunghe partite di bocce ingaggiate sulla pista all’uopo attrezzata dell’Orto, non si può non considerare con riserva la valenza “ideologica” della filologia. Quell’Orto, dopo l’aggiudicazione comunale del 1883 diventa il Piazzale Centrale di Villa Bellini che accoglierà cavalli, carrozze, cicisbei fuori tempo, filologicamente incuranti dei beoni e delle etiliche, ancorché storiche, abitudini.
L’Orto aveva una “estensione di ettari 5,45 are e 70 centiare di terreno, nella strada delle Fosse [il prosieguo, ma trazzera impraticabile, della via S. Euplio] contiguo alla Villa Bellini con n. 564 alberi diversi, due case e pagliara, confinante con vie pubbliche e con la Villa Bellini […]. Sulla sommità della seconda collina sorgeva un caseggiato rurale […] indicato con il nome di Masseria”.
Citiamo da una nota autografa di S. Frazzetta, conservata tra le carte, in via di classificazione, dell’Archivio Comunale di Catania: “Tutto il terreno sul quale sorse il piazzale era coltivato ad ortaggio e veniva indicato col nome di Orto di S. Salvatore, e nella collina esisteva un vigneto. Orto e vigneto appartenevano al soppresso monastero dei Padri Benedettini, ed al Comune fu possibile procedere allo acquisto dell’Orto di S. Salvatore all’asta pubblica per le conseguenze dell’applicazione della legge relativa alla soppressione delle congregazioni religiose. L’Orto di S. Salvatore era anche esso meta dei pellegrinaggi pomeridiani dei cittadini di Catania. Si può dire che essi, arrivati dinanzi all’ingresso del Labirinto, si dividessero a seconda delle loro speciali inclinazioni. I contemplativi entravano nel Labirinto e vi restavano a godersi il tempo destinato al loro svago. I meno contemplativi si recavano nell’Orto di S. Salvatore dove pare che esistesse la possibilità di dedicarsi all’appassionante gioco delle bocce”.
Ancora. Ad un occhiuto rigore filologico non sfugge il manierismo provinciale che domina l’estetica e l’urbanistica orografica del Giardino, costipato di modelli e di mode.
In strettissimi spazi si è voluto impiantare il giardino all’inglese (nonostante l’involontario effetto-ironia dei giardinieri o del giardiniere francesi) che per quei viali e vialetti produce una estenuante esperienza fisica. Le irregolarità naturali dei percorsi sono godibili visivamente, ma non realmente: l’impianto viario è un concentrato di dettagli di scuola su cui è data la folla delle varietà botaniche. Un giardino per giardinieri, pretesto per l’accanimento di tecniche dell’ars topiaria. La pulsione romantica o antindustrialista, tesa alla realizzazione di spazi compensativi dell’antropizzazione e della pietrificazione degli insediamenti urbani ottocenteschi, resta esclusa o implode.
La ripresa progettuale o la riprogettazione del Giardino avrebbe dovuto misurarsi con la filologia del manufatto storico, ma anche con la filosofia dei manifattori, passati e presenti, e con la demografia della Catania ottocentesca che al censimento generale del dicembre 1881 ospitava 100.417 abitanti. Per usare un’immagine: manca l’aria (e l’acqua).
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ll Popolo di Sicilia, 4 agosto 1937: “L’anno X [1932] resta certamente caratterizzato da due opere principali, veramente importanti: la costruzione dell’ingresso monumentale del Giardino Bellini e i lavori del viale XX Settembre. La prima, che ha esercitato un influsso notevolissimo sulla viabilità cittadina, creando una parallela sussidiaria di via Etnea, è veramente opera degna che ha pregi notevolissimi, sia per l’armonica disposizione delle parti, sia per la creazione della superba piazza pensile che consente una delle più belle e suggestive visioni dell’Etna […]”.
La sistemazione dell’ingresso del Giardino Bellini, proposta da un ordine podestarile nel giugno del 1929, si collocò all’interno di una bufera di polemiche, ospitate per tutto l’anno nel giornale cittadino, Il Corriere di Sicilia, avente per oggetto il destino di via delle Fosse (Via S. Euplio) e come bersaglio polemico il razionalismo “bolscevico” per la penna acida e virulenta di Raffaele Leone, Segretario etneo del Sindacato fascista degli architetti, fautore di uno stile (improbabile) nativista, che scorazzò, in compagnia di Francesco Fichera, ne “il Popolo di Sicilia” per tutto il 1931.
Davanti, la bufera del dibattito sull’architettura della città contemporanea; alle spalle, la burrasca della città contemporanea, “futurista”, tempesta di razionalisti modernisti, piacentiniani monumentalisti ed autarchici localisti, rumori di traffico veicolare e di passanti vocianti, pioggia di luce meridiana, di abbagliante e frastornante forza, come può risplendere in un cielo mediterraneo che il siciliano Giuseppe Samonà ben sentiva, quotidianità indaffarata in quell’incrocio di via Etnea e di via Umberto, nuovo centro borghese di espansione delle residenze dei fortunati imprenditori di fine Ottocento. Atmosfere appena increspate, lievemente mosse, delicatamente fisse, da pomeriggio assorto di una città che non era certo quella dei “grandi alberghi, delle stazioni ferroviarie, delle strade immense, dei porti colossali, dei mercati coperti, delle gallerie luminose, dei rettifili, degli sventramenti salutari”. Una città metafisica che doveva riconoscersi nell’ingresso monumentale del Giardino di Giuseppe Samonà.
Una città — ribadiamo — che non aveva conosciuto gli azzardi futuristi, se non nella versione letteraria che ospiterà (1934) della aeropittrice catanese Adele Gloria (1910-1984) il “desiderio assillante/ di sporcare/ quel cielo/ troppo azzurro/ col gettarvi fango a due mani. Impiastricciarlo/ insozzarlo/ far scoppiare/ mille cannoni potenti/ per assassinare/ questo silenzio incolore […]. Tutto/ sotto la sferza del sole/ vive/ ma pare che muoia/ abbacinato […]”.
Tra edifici nuovi in progetto e strade da ricavare da “fosse” (Via S.Euplio), tra cavalcavie e piazze in corso di attuazione, la città a ridosso del Giardino era un cantiere “tumultuante, agile, dinamico in ogni sua parte”, futurista nel frastuono, passatista nella forma, nello stile decò degli anni Venti per il quale valeva, verosimilmente, lo scherno del Sant’Elia rivolto all’architettura italiana della prima decade del Novecento: “una gioconda insalata di colonnine ogivali, di foglione seicentesche, di archi acuti gotici, di pilastri egiziani, di volute rococò, di putti quattrocenteschi, di cariatidi rigonfie […]”.
Come in un Ritorno di Tobia del “metafisico” Carrà, Samonà lascia lo spazio del tempo per uno “senza tempo”. Sospeso, come in quel dibattito tra vecchio e nuovo, internazionale e nazionale, tra “tradizionalismo ed internazionalismo architettonico” (è il titolo di un suo scritto di indecisione di quegli anni) sta irrisolto e forse spaesato Giuseppe Samonà, laureato in ingegneria a Palermo nel 1922 e dal 1927 assistente alla cattedra di Enrico Calandra a Messina.
Lo spazio del tempo era guarnito da architetture filtrate dalla distanza, ritardate da Scilla e Cariddi, da “chiese senza arte, case senza stile, aristocratici e matrone da teatro dei piccoli”.
La guarnizione socio-architettonica (quella di Antonio Bruno e della sua Biancavilla) visivamente e umoralmente si estendeva pure a Catania, ancorché arricchita negli anni Venti da architetture decò, sparse un po’ dovunque nella città post-vaccariniana e poste a tenaglia sul Giardino Bellini con gli edifici dell’architetto Francesco Fichera (1881-1950), progettista dell’Istituto Tecnico Commerciale “De Felice” (1926-1929) di piazza Roma e del palazzo delle Poste e Telegrafi di via Etnea (1919-1929).
Un’area sovreccitata da teatri ed arene vuote (come l’Arena Pacini, dove sorgerà Largo Paisiello, l’Arena Verdi, l’Arena Italia, l’Arena Gangi) e dal progettato Palazzo delle Poste, calamita di uomini e veicoli. Liberty, barocchetto alla Giovannoni e monumentalismo alla Piacentini. Doveva essere questo impasto lo stile nativista, autarchico-siciliano quando Samonà mette mano al suo ingresso “monumentale” (così lo magnificava la guida del Touring Club Italiano nella “prima edizione di 420.000 esemplari” della Sicilia del 1933, supplemento della rivista mensile, N. 1, Le Vie d’Italia).
Una sorpresa, un’estraneità voluta, uno scafandro dove rifugiarsi per vedere, forse, ma sicuramente per non essere coinvolto: fra tanto schiamazzo urbano, un pollice di estraniante
silenzio, fra tante pietre urbane, un indice di metafisica spaziale, fra tante piazze di arene uno spiazzo dechirichiano.
In principio, quindi, doveva esserci la sorpresa. E la fine, perfezione di ogni origine, è sorprendente. Nel mezzo la sorpresa e/o il mistero si nascondono discretamente, lungi dall’enfatizzazione, dall’esibizione didascalica. Un giuoco di scuola, la bambolina russa.
Dopo quell’ingresso il Giardino (Laberinto all’origine, non dimentichiamolo) diventerà un labirinto, un percorso di sorprese; per la città un mistero.
L’ingresso è architettura di sentire dechirichiano, un sentiero-espediente che conduce ad uno spiazzo “metafisico”, di smarrimento come può essere un labirinto, il “Laberinto”, di matrice massonica del principe Ignazio Paternò Biscari.
Il mistero e la sorpresa, cifra emotiva dell’estetica del Giardino, preparati, introdotti dal suo contrario, dal perturbante, ossimorico impianto dellingresso del Samonà; una spazialità autoreferenziale, come nelle piazze spettrali dei quadri di De Chirico, nell’estetica metafisica: “nella costruzione delle città, nella forma architetturale delle case, delle piazze, dei giardini e dei paesaggi, dei porti, delle stazioni ferroviarie, ecc. stanno le prime fondamenta d’una grande estetica metafisica […]. I portici, le passeggiate ombreggiate, le terrazze erette come platee innanzi i grandi spettacoli della natura (Omero, Eschilo), le tragedie della serenità” (Giorgio de Chirico, 1919).
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L’asfalto, uno e trino: uno, l’asfalto, al posto di tre, i cavalli, le carrozze, i pedoni. Corriere di Sicilia 23 settembre 1958: “E’ intendimento […] dell’Ufficio tecnico comunale di fare asfaltare il grande piazzale centrale dove verrà pure creato un vasto parcheggio per le auto […]. Nel quadro delle innovazioni che verranno operate tra poco al Giardino Bellini sarebbe anche il caso di far entrare quella riguardante la soppressione del viale che, correndo tutt’attorno all’esterno del piazzale centrale, è riservato ancora oggi all’ippica […]. Eliminando il viale dei cavalli ed abbattendo il siepone che lo divide da quello riservato alle auto si otterrebbe l’interessante scopo di allargare notevolmente questo ultimo sul cui lato destro si potrebbe consentire il parcheggio delle auto […]”.
E gli architetti, e gli urbanisti dove erano, se non affacciati dai finestrini delle loro auto parcheggiate a salutare e congratularsi con i colleghi, “le persone più quotate nell’ambiente dell’Ufficio tecnico [che] vorrebbero con una modesta spesa, sistemare a bitume tutta l’estensione di terreno e così dare […] più spazio ai piccoli (1 settembre 1959, Corriere di Sicilia)?
C’è stata una sorta di necessaria ineluttabilità nella successione della macchina al cavallo; la modernità ha fatto sparire il cavallo dai campi di lavoro, dalle strade, dalle campagne di guerra; la macchineria (il macchinismo) subentrava alla cavalleria. Un cavallo, una macchina, un carro armato, un autoveicolo. Resiste la melanzana!
In questa logica la sociologia (la zoologia, rectius) dell’urbanistica a Catania reclamava l’asfalto. Si era ben lontani dal 1886, anno (equino) in cui il sindaco don Antonino Alonzo affidava alle cure di uno “specialista in lavori di giardinaggio”, Giuseppe Dumanale, il Labirinto, comprato nel 1855 dal Patrizio don Mario Scammacca e venduto dalla Nobil Donna Marianna Paternò Castello in Moncada per la somma di onze dodici mila.
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Nel disegno dei Futuristi Venezia potrebbe (avrebbe potuto) scansare un destino di città di camerieri dell’industria turistica per i visitatori del Ponte di Rialto o per quello dei Sospiri, se fosse (fosse stata) interrata. Togliere l’acqua a Venezia. In questa città immaginaria, Catania, dovrebbe avvenire il contrario con il suo allagamento totale o parziale. Il prato (e l’acqua), meglio: il parterre d’eau: “Il prato è l’evoluzione del campo di bocce (bowling alley) dell’epoca Tudor, un gioco non da interno, ma che si svolgeva all’aperto, su un’area erbosa circondata di alberi”.
È un passo, quello appena citato, tratto da L’uomo e la natura di Keith Thomas, tradotto e pubblicato da Einaudi nel 1994 (1983). Lo studioso inglese mostra quanto siano profondamente english il giardino contemporaneo, l’amore per i fiori e l’entusiasmo per le piante tributati — lungo tutto il Settecento — come un pianto post-prandiale del coccodrillo che ha appena mangiato i figli.
La reintegrazione del rapporto tra uomo e natura o, meglio, la rivalutazione della natura dopo secoli di antropizzazione, diffusa ad oltranza, sul territorio inglese, si impose quando, ai secoli di bonifica ambientale degli acquitrini e delle paludi, del disboscamento finalizzato all’uso del legname per la Navy, si sommava vorticosamente la fenomenologia dell’industrializzazione.
Quella natura di foreste e boschi e paludi che rischiava la scomparsa, quella natura, english, doveva essere risarcita e ristorata.
Il “giardino verde”, il prato, è un’invenzione di fine Settecento che si imporrà come moda, innestandosi al giardino di riflessione e di diletto, agli orti di Arcadia delle ville rinascimentali italiane. Una moda che, con la forza di un luogo comune e in associazione con il giardino alla francese, andrà a fiottarsi anche a Catania, anche in Sicilia dove i giardini godevano di una lunga tradizione arabo-islamica, ruotante attorno al principio organizzatore dell’acqua.
Acqua (dei giardini islamici) e non verde (dei giardini dell’Europa non islamica), giochi d’acqua (maghrebini, portoghesi, spagnoli) e non fughe di manti erbosi o teorie di alberi (inglesi, francesi, toscani o romani italo-centrosettentrionali).
Acqua e gioco delle bocce attraverso cui si farà strada la plausibilità del prato (al di fuori della tipologia diffusa con il giardino botanico). E noi sappiamo che il terreno che diverrà lo spiazzo centrale del Giardino Bellini, destinato alla sosta delle carrozze e al passeggio, allo struscio di damine e cicisbei attardati, inizialmente era un orto sui cui sentieri incolti erano stati ritagliati dei campi di bocce.
Cade in taglio la lunga considerazione di Simon Schama che ha dedicato nel suo saggio di ecostoriografia, Paesaggio e memoria, Mondadori Milano 1997 (1995), alla storia del prato quale risultato finale, nel secolo XIX, della lunga battaglia tra uomo civilizzato e uomo selvatico, tra arcadia selvaggia ed arcadia bucolica. “Un acro alla volta, inesorabilmente, il prato verde, nella forma specifica del tappeto erboso cosiddetto all’inglese, divenne il paesaggio della civiltà: prato nei campi di bocce dei parchi metropolitani che (a detta delle autorità) avevano la capacità di rendere pacifiche le classi lavoratrici, che avrebbero altrimenti sperperato il loro denaro nell’alcool e nella lussuria. Prato nei campi di cricket dell’Impero britannico, dai Caraibi a Singapore, dove le divisioni di classe e di razza tra gentiluomini e giocatori, indigeni e padroni, in teoria venivano spazzate via da palle e mazze. Il prato verde impiantò la sua strategia di conquista dei giardini metropolitani a metà dell’Ottocento, secondo i dettami di Frank Jesup Scott, il “categorico” autore di The Art of Beautifying Suburban Home Grounds (L’arte di abbellire i giardini urbani, 1870). Un prato come si deve, dichiara Scott, non può non giungere a filo della strada, perché nulla di “barbaro e incivile … impedisca a noi e i nostri vicini di godere delle libere grazie della Natura”.
A quella data confluiscono riflessioni e realizzazioni “giardinesche”, sparse per il mondo, che avevano assunto nel 1833 una decisa formalizzazione istituzione nel primo rapporto al Parlamento inglese del Selected Committee on Public Walks con cui si determinava il fabbisogno di aree verdi e si sottolineava, auspicando programmi di intervento pubblico, la necessità del risanamento, della moralizzazione e della ricreazione per quelle classi lavoratrici che si vedevano rinchiuse negli spazi delle fabbriche e nelle abitazioni degradate delle città industrializzate.
Specchi d’acqua e prati dove passeggiare, giocare per disarmare “le tentazioni della taverna e della birreria”, per arginare l’immoralità e il vizio delle osterie che, a Catania, si “coltivavano”, attecchivano ingenuamente sulla collinetta destinata ad ospitare uno dei due chiostri. Nei concorsi banditi, ad esempio a Manchester, per la realizzazione negli anni Quaranta dell’Ottocento di Peel Park, Queen’s Park e Philips Park, si chiedeva ai progettisti di prevedere “per ognuno dei parchi, una palestra, una o più fontane d’acqua pura, numerosi sedili e spazio per il tiro con l’arco, per il gioco dei birilli, per il campo di bocce, etc.”. Il prato si doveva pure prestare a fungere da tovaglia naturale, da tappeto erboso su cui disporre le vivande per spuntini o pranzi all’aria aperta. (Le citazioni sono tratte dal saggio di Alessandra Ponte, contenuto nella raccolta curata da Monique Mosser e Georges Teyssot, L’architettura dei giardini d’Occidente, Electa, Milano 1990).
Erboso, quindi, il “giardino” europeo, e roccioso. Ma di una rocciosità europea.
La roccia etnea, invece, è la lava a cui bisogna fare luogo. (Il luogo è lo spazio antropizzato, segnato da simboli umani). In natura la lava rappresa e solidificata occupa spazi insignificanti
quanto un’eruzione.
In natura l’effusione lavica che conforma il paesaggio, conclusa la sua opera distruttiva, è un’astrazione dove smarrirsi; nel rifacimento umano degli spazi, disegnati da manufatti in lava, il magma freddo è una risorsa costruttiva ed estetica che trasforma lo spazio in un luogo che organizza, secondo progetto, il ritrovarsi.
In colloquio con il prato e con l’acqua, la lava (non solo basole, ma architettura e scultura), darà, darebbe solidità a quell’anima della città che altrove è liquida, nei suoi fiumi (Amenano, Simeto), nel suo mare.
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Sculture di lava che raccontino la storia della Terra, di questa terra, distribuite su di un coerente leggìo, sulla teoria di prati e di basolate laviche.
Ad ognuno il suo giardino! A ogni mela insania!
Melenzane di tutta l'isola: in salamoia!
I siciliani, edito da Neri Pozza quest'anno, è la più recente e velenosa fumigazione del vulcano Alfio Caruso. I siciliani che in altri segnali di fumo l'etneo Caruso non poteva non dirli mafiosi (Perché non possiamo non dirci mafiosi del 2002) questa volta, buoni e cattivi, mafiosi e antimafiosi, sono rappresentati in un centinaio di medaglioni. Alla fine del godibilissimo elenco i siciliani — verrebbe da dire a Caruso — sono pessimi non perché tutti mafiosi, ma perché si intestardiscono — i siciliani — a definire la propria identità sulla base dell'appartenenza alla Natura dell'isola a tre punte, sulla base di quell'amore per la Natura che ha fatto scrivere scintillati pagine di fiele contro gli intellettuali napoletani del secondo dopoguerra conosciuti da Anna Maria Ortese e riconosciuti nella sua raccolta di scritti Il mare non bagna Napoli e, segnatamente, nel saggio, Il silenzio della ragione. Lo ripetiamo: un'identità definita dalla terra, che si alimenta di terra (o di mare) è un'identità vegetale, ortiva o fruttaiola o casearia come quella del ficodindia di San Cono, del pomodoro di Pachino, del carciofo di Ramacca e del caciocavallo di Ragusa. Quando gli abitanti della Sicilia scopriranno che vivere (o dormire o lavorare od oziare in Sicilia) non determina caratteristiche umane sostanziali se non in chi è immerso o prossimo allo stato vegetativo, quando scopriranno l'ingenuità e l'aberrazione etimologica dell'homo proveniente dall'humus o di Adamo dalla terra rossa, "adam", quando scopriranno che abitare al quinto piano di un edificio non definisce quintopianista l'inquilino, quando scopriranno il mondo (terra, aria, mare, cielo e idee, idee, idee) smetteranno di essere melenzane. Il mondo in quest'epoca ha perso le convenzioni della geografia, ha lasciato alle melanzane i limiti particolaristici della pratica descrittoria della geo-grafia e ritorna alle origini perfezionandosi, quando tutta la terra era "pangea" e il mare "pantalassa". L'uomo non era, non è una melenzana! E a proposito di melenzane, non è una melenzanata sostenere come ha fatto nella libreria Mondadori di Catania il magistrato, relatore della giornata del 27 sul libro di Caruso, Nicolò Marino, che i magistrati dovrebbe stare in mezzo alla gente dei quartieri popolari per contrastare la mafia? Gli Alleati nella seconda guerra mondiale contrastarono e sconfissero Nazisti e Giapponesi non con la propaganda antinazi e antinippo, ma con il radar, il sonar, le portaerei, la bomba atomica. I magistrati dovrebbero attrezzarsi di tecnologia ché la mafia non è una banana che la scimmia coglie tra un saltello e un altro, non è una melenzana. Non lo è in Giappone, in Russia, in America, in Sicilia, in Somalia. La mafia siciliana si alimenta della terra cattiva della Sicilia, cattiva perché marginale secolarmente. I siciliani quando non sono mafiosi, sono melenzane. Siciliani!
Jünger a Napoli
Marcello Anselmo pensava che il mare fosse "l'ultimo spazio anarchico rimasto al
tempo dei consumi". Lo pensava prima che arrivassero il camionista irlandese Malcom McLean e l'ingegnere Keith Tantlinger che inventarono i containers e le navi portacontainers della China Shipping Company, della Cosco, K-Line, Msc, Hanjin, Yang Min, Maersk, Zit. E così gli uomini divennero 'zantraglia', anzi ritornarono alla qualità della zantraglia acquisita all'epoca della dominazione angioina a Napoli (1266-1441) quando "dalle cucine del castello e del palazzo reale piovevavno resti animali, ossa, lembi di pelle, teste, zoccoli e soprattutto interiora di bestie varie, 'les entrailles' che le popolane chiamavano zantraglia". E siccome la gente è ciò che mangia, zantraglia è tutta la gente all'epoca della containerizzazione, zantraglia è tutta quell'umanità che vive, si muove, si affaccenda, si irriconosce tra gli interstizi dei box delle aree portuali, animate dalle gru Paceco (Pacific Coast Engineering Company). Persino i fratelli si irriconoscono tra i containers di Napoli: Zeno e Sofia, fratelli rumeni, l'uno saldatore di paratie e di murate, da Costanza emigrato a Napoli per trovare l'altra, puttana degli ufficiali di bordo delle navi che vanno in giro per i mari. Dal Mar Nero al Mare Mediterraneo i fratelli a Napoli si ritrovano, si riconoscono, si irriconoscono. Una storia senza uomini: una marmellata di lombrichi l'umanità all'epoca della Tecnica, dove i lavoratori portuali sono le figure dell' Arbeiter di Jünger dei paesaggi jüngeriani e dei disastri postbellici di Ballard. Napoli: "il paesaggio è costellato di catastrofi urbanistiche minime. Raffinerie dismesse e cavalcavia autostradali si innervano nell'entroterra della città [...]. Lo stridio dei binari si confonde con i rumori dell'alba. I treni escono dal porto lentamente mentre cullano la merce stipata nei contenitori colorati, attraversano l'impercettibile linea di confine tra metropoli e periferia orientale segnata da cadenti capannoni abbandonati e il groviglio di tubature di raffinerie ormai silenziose [...]. Dal terminal è un continuo andirivieni di tir che sobbalzano nell'asfalto bitorzoluto. I trattori dugmaster sistemano i contenitori sui vagoni per essere trainati verso le destinazioni prescritte. Sono i treni 'shuttle' che ogni giorno portano le merci containerizzate appena sbarcate verso gli interporti tra mare e città [...]. Ogni giorno è un continuo alternarsi di vermi metallici, pieni di vestiti, scarpe, alimentari, cosmetici, mobili smontati, componenti informatiche, attrezzi per il fai-da-te". Una lunga periegesi quella di Anselmo per i porti di Taranto, Genova, di Izmir, Atene, Ashdod, Dakar, Freetown, Lomé, Lagos, Duala, il Corno d'Africa dei pirati somali. E ovunque un maricidio, compiuto dalla Tecnica portuale che ha preso il posto della lontana aristocrazia francese napoletana, dell'umanità facendo zantraglia. Stiamo discorrendo del bel saggio di genere meticcio, di efficaci illustrazioni color seppia espressionista (e con qualche peccaminoso refuso) di Marcello Anselmo, La zantraglia della casa editrice Mesogea di Messina.
tempo dei consumi". Lo pensava prima che arrivassero il camionista irlandese Malcom McLean e l'ingegnere Keith Tantlinger che inventarono i containers e le navi portacontainers della China Shipping Company, della Cosco, K-Line, Msc, Hanjin, Yang Min, Maersk, Zit. E così gli uomini divennero 'zantraglia', anzi ritornarono alla qualità della zantraglia acquisita all'epoca della dominazione angioina a Napoli (1266-1441) quando "dalle cucine del castello e del palazzo reale piovevavno resti animali, ossa, lembi di pelle, teste, zoccoli e soprattutto interiora di bestie varie, 'les entrailles' che le popolane chiamavano zantraglia". E siccome la gente è ciò che mangia, zantraglia è tutta la gente all'epoca della containerizzazione, zantraglia è tutta quell'umanità che vive, si muove, si affaccenda, si irriconosce tra gli interstizi dei box delle aree portuali, animate dalle gru Paceco (Pacific Coast Engineering Company). Persino i fratelli si irriconoscono tra i containers di Napoli: Zeno e Sofia, fratelli rumeni, l'uno saldatore di paratie e di murate, da Costanza emigrato a Napoli per trovare l'altra, puttana degli ufficiali di bordo delle navi che vanno in giro per i mari. Dal Mar Nero al Mare Mediterraneo i fratelli a Napoli si ritrovano, si riconoscono, si irriconoscono. Una storia senza uomini: una marmellata di lombrichi l'umanità all'epoca della Tecnica, dove i lavoratori portuali sono le figure dell' Arbeiter di Jünger dei paesaggi jüngeriani e dei disastri postbellici di Ballard. Napoli: "il paesaggio è costellato di catastrofi urbanistiche minime. Raffinerie dismesse e cavalcavia autostradali si innervano nell'entroterra della città [...]. Lo stridio dei binari si confonde con i rumori dell'alba. I treni escono dal porto lentamente mentre cullano la merce stipata nei contenitori colorati, attraversano l'impercettibile linea di confine tra metropoli e periferia orientale segnata da cadenti capannoni abbandonati e il groviglio di tubature di raffinerie ormai silenziose [...]. Dal terminal è un continuo andirivieni di tir che sobbalzano nell'asfalto bitorzoluto. I trattori dugmaster sistemano i contenitori sui vagoni per essere trainati verso le destinazioni prescritte. Sono i treni 'shuttle' che ogni giorno portano le merci containerizzate appena sbarcate verso gli interporti tra mare e città [...]. Ogni giorno è un continuo alternarsi di vermi metallici, pieni di vestiti, scarpe, alimentari, cosmetici, mobili smontati, componenti informatiche, attrezzi per il fai-da-te". Una lunga periegesi quella di Anselmo per i porti di Taranto, Genova, di Izmir, Atene, Ashdod, Dakar, Freetown, Lomé, Lagos, Duala, il Corno d'Africa dei pirati somali. E ovunque un maricidio, compiuto dalla Tecnica portuale che ha preso il posto della lontana aristocrazia francese napoletana, dell'umanità facendo zantraglia. Stiamo discorrendo del bel saggio di genere meticcio, di efficaci illustrazioni color seppia espressionista (e con qualche peccaminoso refuso) di Marcello Anselmo, La zantraglia della casa editrice Mesogea di Messina.
Solo l'intellettuale è un cretino
Chiunque ha una scemenza da dire si alzi e parli di calcio, meglio, si alza e parla di calcio. E così fu che Marco Travaglio mise insieme nello Stupidario del calcio e di altri sport (Mondadori 1993), con una prefazione di Indro Montanelli, un monumenticchio alla scemenza degli intellettuali, alla loro cretineria. In vero, la cretineria è abitacolo esclusivo degli intelligenti, di quei ricchi di Geist, di Spirito che sono gli intellettuali. Un minus habens — per dire — un manuale (s’intende, lavoratore: dal macellaio al pescivendolo, dallo spazzino al proletariato di fabbrica, dal tecnico laureato all’impiegato di banca o di una qualsiasi amministrazione pubblica o privata) non può essere cretino, come un povero non può essere miserabile: la povertà è uno stato, la miseria una scelta, quella del ricco che vive come un povero perché è appunto un miserabile cordialmente e intellettivamente. E, pertanto, solo un intellettuale, ricco di concetti e di letture, di facoltà di intendere, può essere e lo è cretino, in alcuni casi. In quello del calcio anzitutto. In alcuni casi, ad esempio, quando intercala il suo eloquio di termini tratti dal gergo english-informatico o english tout court o dal francese (tout court, ad esempio) o dall’irto tedesco che è un poco unheimlich per noi italioti, in questi casi — dicevamo — l’intellettuale scala una posizione e dal cretino tout court passa a Il Cretino Cognitivo come deliziosamente scrisse Daniela Maddalena (Carabà Edizioni, 1997). Così andavamo riflettendo sullo spunto della lettura di Tutto il Catania minuto per minuto di Antonio Buemi, Roberto Quartarone, Alessandro Russo e Filippo Solarino (Geo Edizioni, 2011), un libro che è una ricca enciclopedia di storia del costume di una città al tempo del suo… tempo libero, quello del gioco e del tifo calcistico. Tempo libero? Non tanto: il calcio in Italia è un’invenzione del fascismo, la sua nazionalizzazione delle masse e il bolognese Leandro Arpinati ne fu il profeta (dal “Bologna”, in segno di omaggio, il “Catania” mutuò i colori, rosso azzurro e la verticalità delle bande sulla casacca). E si costruirono stadi ( a Catania intitolato a Italo Balbo), teatri di massa contro quelli drammaturgici, borghesi. Qui cade in taglio una, sia pure lunga, citazione tratta dal bel libro di Simon Martin, Calcio e fascismo, (Mondadori, 2006): “Ben lungi dall’essere luoghi di ritrovo esclusivi che avrebbero avuto un’influenza negativa sulla società, gli stati moderni erano i teatri di massa del presente e del futuro, nuovi per dimensioni, aspetto e capacità di accogliere un enorme pubblico che contribuiva allo spettacolo. Descrivendo l’esperienza del tifo per una particolare squadra come un atto collettivo di abbandono, di generosità, Bontempelli sottolineava la crescente importanza dei tifosi, anche se non teneva conto a sufficienza del ruolo fondamentale dei nuovi stadi. Più che semplici campi d’allenamento e teatri per la massa, gli stadi erano indubbiamente mezzi di propaganda con cui il regime puntava a creare una cultura e una comunità nazionale. Fa notare Tim Benton nel suo studio dell’architettura sotto il regime: in ogni località in cui si radunava un gran numero di persone, edifici, statue e dipinti erano utilizzati per trasformare il cameratismo in tribalismo, l’orgoglio in senso di superiorità, il senso di appartenenza nell’odio dei diversi… Le costruzioni ebbero un ruolo fondamentale in questo processo politico”. Il calcio e gli stadi (se ne costruirono tanti tra il 1926 e la vigilia della seconda guerra mondiale) si imposero come strumenti privilegiati per la propaganda con cui il regime puntava a creare una cultura e una comunità nazionali, mezzi portentosi della politica che resistettero fino e oltre l’avvento della modernità, dell’imprenditore puramente calcistico, oltre il modello Agnelli. A Catania l’imprenditore moderno del calcio, quello che cacciava i soldi fuori dalle proprie tasche e non dall’erario comunale, l’imprenditore che liberò il calcio dalla politica postfascista, ma intrinsecamente fascista quanto alla strumentalizzazione, della Democrazia cristiana fu Angelo Massimino che non parlava bene l’italiano (una volta pare che — come racconta Montanelli nella suddetta prefazione del libro dove Travaglio coglie in fallo persino Giampiero Mughini — il presidente del Club Catania Calcio si disse pronto a comprare “Amalgama”, visto che qualcuno denunciava l’inesistenza dell’amalgama nel gioco di squadra). E giù risate di minor peso, però, di fronte a quelle che sbommicano, svampano, divampano in eruzione alla lettura di un libro che raccoglie le riflessioni di due che l’italiano lo parlerebbero bene, per professione innanzitutto, Carmelo, appunto, Bene ed Enrico Ghezzi nel Discorso su due piedi (il calcio), Bompiani 1998. Una chiacchiera da bar sportivo, dove l’uno parlava di teatro, l’altro di blob, l’uno di Deleuze che esamina Nietzsche, l’altro di Kiarostami e di Edgar Allan Poe. Pensavano di discorrere per dare un calcio al cinema e invece finirono con il parlare del cinema (e della televisione) del calcio. Fino alla massiminizzazione del calcio, all’amalgama di tutti luoghi comuni e sconosciuti del calcio. E il Brasile “più che l’eterno ritorno, è il ritorno dell’eterno”. E l’altro: “quando il Brasile perde, piango”. Ma pianse anche per l’uscita del Manchester da una partita di Coppa. E Tardelli “è uno che insegue atleticamente l’impossibilità di essere ovunque, l’impossibilità di farsi palla” . E per finire rischiando di brutto, come Massimino i suoi soldi, Ghezzi: “Comunque, mentre parlavi di Van Basten, mi è venuta in mente una domanda. Non esiste una sorta di cinema pornografico, nel calcio, che si avvicina ai momenti più sublimi?” Bene: “Il porno come l’intendo io, cioè come superamento dell’eros, oppure come porno spicciolo?”. Ghezzi: “No, il porno inteso come cinema automatico, che non ha bisogno di farsi per intervento demiurgico, perché c’è un altro demiurgo. E’ il cinema che è il demiurgo. E’ il cinema che fa l’intervallo”. Bene: “Dove non c’è soggetto e non c’è l’oggetto. Sono la stessa cosa, insomma. Questo per me è il porno: l’osceno. O-sceno: fuori scena”. Ghezzi: “Be’, io non intendo esattamente questo”. E così di eccesso in eccesso, in sovraddose, senza amalgama.
domenica 21 aprile 2013
Uomini, donne
Un'isola, bagnata dalle parole, che ha perso da tempo immemorabile il mare, il mare delle opportunità. Anzi, non ha mai avuto un mare, sospesa nella sua insularità, ai margini di un vuoto di Storia, riempito da parole e da esuli interni, salutato dalla nostalgia dei suoi emigrati che ricordano la Sicilia nel dolore di un ritorno desiderato ma inattuato, inattuabile.Leonardo Sciascia, compendio della letteratura siciliana del Novecento — tra Luigi Pirandello e Stefano D'Arrigo (nato ad Ali Marina messinese nel 1919), straordinario ed eccentrico creatore linguistico (Horcynus Orca 1975) — lo scrittore di Racalmuto, dicevamo, nei narratori siciliani vissuti tra il XVIII e il secolo suo colse un tratto comune: la condizione dell'esclusione e, quindi, dell'esilio. Vale l'opportunità della citazione: "Da Palmieri a Quasimodo ogni siciliano che fugge dalla Sicilia sarà nella condizione dell'esule, di colui cioè che non può tornare. E in alcuni questa condizione si fa dolente memoria, nostalgia, mito; in altri volontà di dimenticare, insofferenza, rancore. Tutti comunque hanno sentito drammaticamente e vissuto con dolorosa ansietà il fatto di essere siciliani, di fare parte di una realtà, di un modo di essere, di una condizione umana diversa ed irreversibile; e più o meno consapevolmente, più o meno liberamente, non si sono sottratti alla condanna di rappresentare quella realtà, quel modo di essere, quella condizione umana".
I Siciliani sono, pertanto, conversatori per scelta e per obbligo, per virtù necessitata (Elio Vittorini, siracusano 1908-1966, Conversazione in Sicilia 1941), grafomani o retori, straordinari artigiani della parola scritta od orale, come quel sofista, Gorgia da Lentini, fondata nel 729 a. C. dai Calcidesi di Naxos.
Di Lentini, centro agrumicolo, è un suo grande scrittore Manlio Sgalambro (1924), di intelligenza scintillante e di eleganza scrittoria, di parole ordinate e lustrate in rigorosi sillogismi, aforismi taglienti come staffilate o apparizioni brucianti, comete solcanti il ciclo: "il destino di un'isola è nel suo inabissamento". E di Lentini era Sebastiano Addamo (1925-2000), saggista (Vittorini e la narrativa siciliana contemporanea, 1962), poeta e narratore (II giudizio della sera, 1974; Un uomo fidato, 1978).
Scrivere, mettere insieme e curare parole a surrogato della realtà delle cose, abbaglianti o luttuose, sovraesposte o sottoesposte.
Fuori fuoco per eccesso o per difetto, su di un piano sghembo alla Storia, dentro il calligrafismo, il virtuosismo della bella scrittura di Gesualdo Bufalino, ragusano di Comiso (1920-1996), con Diceria dell'untore, 1981: Argo il cieco, 1985; Le menzogne della notte, 1988.
Fuori dal mare, un'isola (che è insula, in salo, un accidente della sua substantia, l'acqua salsa) è un luogo mentale, una costruzione di carta, un delirio o una prigione, un latifondo, una zolfara, un'epopea di minatori come in Baltico (1988) dell'agrigentino Matteo Collura (nato nel 1945 ed esordiente, come romanziere, nel 1979 con Associazione indigenti) o un delirio onirico di riscatto ne La rosa di zolfo (1957) del catanese Antonio Amante (1900-1983) di Viagrande, terra vignata dell'Etna, fuggito a Parigi dopo una provocatoria messa in scena teatrale di Sant'Agata, impersonata da una donnina.
Gli è per questo che la letteratura isolana è un pianto rurale di lacrime sulfurue o irriverenza anarchica, alambicco di lingua o arabesco di dialetto, poesia contro: contadini e zolfatai, entrambi protagonisti dell'Almanacco per il popolo siciliano (1924) e dei Mimi Siciliani (1928) dell'ennese di Valguarnera Caropepe, Francesco Lanza (1897-1933).
Fuori dalla Storia, perché "perfetti" come ne II Gattopardo (1958) di Giuseppe Tornasi, palermitano, principe di Lampedusa (1896-1957) e, quindi, contro la Storia, impostura dei vincitori sui vinti, che va da tempo denunciando nei suoi romanzi anche il messinese Vincenzo Consolo (nato a S. Agata di Militello nel 1933), con la sua scrittura di generi e stili contaminati.
Paesaggi trasognati o visti attraverso l'occhio della luna, il sogno ed ancora il sogno sui miti antichi, sui simboli esoterici che travalicano la Storia inospitale alla marginalità estetica di forte sentire dei gemelli, Fanciulli divini con libro d'arcobaleno, Antonio e Gaetano Brancato (nati a Floridia siracusana nel 1937), pittori favolosi di Orfeo, di Mercurio e di Pegaso, di Centauri, di Labirinti, di Astolfo che cerca il senso di Orlando, di Terra che gira intorno a me ed io intorno ad essa, di antri incantati in riva al ciclo dopo il Diluvio.
Isola, templi, vulcani, cieli e mare mitizzati da visione di capriccio di Enzo Indaco (nato a Paterno catanese nel 1940); pittura colta, esoterica, densa di simboli massonici, di figure archetipiche, di Streghe e di Medee, di corpi di raffìnatissima sensualità, (s)coperti in drappeggi di caldi, torridi colori che trasmutano in civette, serpenti, minotauri, pavoni, animali sacri d'Egitto e della Grecia antichi di Alberto Abate (nato a Catania nel 1946, figlio d'arte del padre Carmelo); giocosità lucente di pittura scultura ed incisione che nasconde la grande tradizione internazionale dei Picasso, Modigliani o Klee del maestro Sebastiano Milluzzo (nato a Catania nel 1915); cromatismo puro, informale, gioco spensierato e allegro, barocco come le forme architettoniche della Sicilia orientale risorta dopo il terremoto del 1693, carnevalesco come una pioggia di coriandoli, di sapienza tecnica volta ad animare l'informe sintetico del materiale di plastica, di Nino Mustica (nato ad Adrano catanese nel 1946).
Tra quei paesaggi, disegnati con tratti "veristi" da Roberto Rimini, palermitano (1888-1971), non mancano le forme urbane, le città (Elio Vittorini, Le città del mondo, 1952-1959). Di Enna, ombelico siculo, scrisse Nino Savarese (1882-1945) ne I fatti di Petra (1937). Laureatosi con una tesi criticamente ingenerosa su Federico De Roberto (1861-1927) autore de I Viceré (1894), il più grande romanzo della letteratura contemporanea italiana, di Catania Vitaliano Brancati che pure ebbe i natali a Pachino di Siracusa nel 1907 (morì nel 1954) è stato il cantore, rinominandola Natàca quale antipode anagrammatico di Catana. La città è assunta quale metafora del mal di vivere, cifra del mondo rimpicciolitosi a nero tugurio su cui s'è venuto ad abbassare il cielo con la corte di nuvole nere che offuscano l'orizzonte, chiusosi sulle viuzze del gallismo, sulle alcove dell'amore mercenario che alimentano la prepotenza dell'impotenza sessuale ed esistenziale (Don Giovanni in Sicilia, 1941 e II bell'Antonio, 1949). Anni perduti (1935-1939 ) è il romanzo di una generazione quella fascista (rappresentata mirabilmente nel Rubè del critico, commediografo, saggista Giuseppe Antonio Borgese, 1882-1952) che vide nella costruzione della Torre Alessi la metafora di una postazione capace di dare una visione alta, "di mettere il piede sopra il cielo". La Torre Alessi era, in realtà, una giara aerea, un contenitore idrico con terrazzo-belvedere utilizzata per l'irrigazione degli agrumeti — a nord del centro urbano — di proprietà di un imprenditore, tale Alessi. Non ne è rimasta traccia se non nella toponomastica della via omonima di un quartiere ingranditosi con l'ampliamento edilizio del secondo dopoguerra. Nell'immaginario comune dei catanesi è Valtrove del deserto dei tartari di buzzatiana memoria, materiale costruttivo di strategie di evasione dalla Sicilia.
Gli anni si perdono, ancora oggi, in visioni turrite alla Brancati. O in racconti di cavalleria sulle sponde dei carretti in un retablo di scene di paladini e saraceni davanti ai quali si fissavano gli occhi del ragazzo Renato Guttuso (nato a Bagheria palermitano nel 1912 e morto a Roma nel 1987) che, grazie al maestro futurista Pippo Rizzo (Corleone 1897-1964), farà esplodere nella maturità il suo segno personale di "realismo sociale ed esistenziale".
Al movimento di Filippo Tommaso Marinetti, "caffeina d'Europa" succosissimo fu l'apporto tributato dai Siciliani in pittura e in letteratura, "veloci colline di lava ottimista e creatrice". Per la Sicilia orientale è sufficiente citare la catanese Pickwick, "la rivista più piccola del mondo" o la messinese La Balza Futurista; per l'area palermitana Arte futurista italiana con l'aereopittura di Vittorio Corona (1901-1966), di Giulio D'Anna (1908-1978), di Adele Gloria (1910-1984 catanese, poetessa pure), di Giovanni Varvaro (1888-1973).
Ai futuristi che restano da esuli interni fa da controcanto negli anni Trenta un esodo cospicuo di artisti che giungeranno alla fama e alla maestrìa come Giuseppe Migneco di Messina (1908) o Emilie Greco (1913) o Elio Romano trapanese (1908), paesaggista di atmosfere rurali o, ancora, Nunzio Sciavarello, catanese di Bronte (1918), incisore, innanzitutto, allievo di Mino Maccari o Domenico Lazzaro (1905-1968) che precocemente brucerà l'esperienza futurista e si inoltrerà nell'attività di scultore (la sua opera più nota, ma non più interessante esteticamente, è la statua della Giustizia (1953) del Tribunale di Catania: una giustizia senza bilancia, persa nei corridoi del Palazzo).
Ritorneranno dopo il secondo dopoguerra a guidare la mano dei nuovi artisti che a Catania in buona parte guarderanno e guardavano alla scuola di Pippo Giuffrida (1912-1977).
Rientreranno in Sicilia, come Piero Guccione (1935) per "ricavare dalla luce e dai cieli di questa isola i colori da mettere nelle tele" o per immergersi — è stato detto — nel mare di Scicli o di Vendicari nel gesto senza tempo del tuffatore etrusco dell'affresco di Paestum e salvare la memoria del mare con "piccole schiume in cima alle onde, come fosse la pagina di un concerto o una preghiera da recitare" — per dirla con Corrado Sofìa, altro eminente uomo di lettere siciliano da poco scomparso.
In ogni paesino, in ogni città, eminente o laterale (ed in Sicilia è laterale il centro), in ogni quartiere o rione urbano si nascondono mutriosi e talentasi ingegni che scrivono memorie locali, poesie, trattati di filosofia, pamphlet apocalittici o che dipingono con colori impastati di lava o scolpiscono la pietra dell'Etna di racconti omerici.
Uno per tutti vale citare Angelo Scandurra, sindaco di Valverde, un piccolo centro alla falde del vulcano. È un poeta, ermetico e solare, con alle spalle del suo studio istituzionale una gigantografìa, a tutta parete, di Totò in Uccellacci ed uccellini di Pier Paolo Pasolini.
Non il Crocefisso, né la foto del Presidente della Repubblica, ma uno sberleffo antistituzionale a risarcimento della Storia dei vinti, a compensazione della sconfitta di tutti gli intellettuali dei Meridioni del mondo.
Un rancore teatralizzato come nelle feste religiose di Sicilia, come nelle espressioni d'arte isolana.
Tino Vittorio
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