lunedì 6 maggio 2013

«Il codice segreto delle relazioni» di Gianfranco Damico


«La relazione è la fenditura dell'essere nella quale prendiamo forma e dentro la quale costruiamo i castelli dei nostri sogni e dei nostri obiettivi». Potrebbe essere la frase riassuntiva di Gianfranco Damico, coach, de Il codice segreto delle relazioni (Urra, Milano 2013) dove viene teorizzata la eterocrazia o eterolatria, il potere o la religione dell'altro: l'altro è nostro padrone e signore.

L'altro  e non nel senso di Rimbaud che il 15 maggio del 1871 comunicava da Charleville a Paul Demeny che Je est un autre («Io è un altro») e continuava: «Se l'ottone si sveglia una tromba, non è affatto colpa sua» (Si le cuivre s'éveille clairon, il n'y a rien de sa faute).

L'altro  e non nel senso politicamente corretto del bulgaro Tzvetan Todorov, altro per i francesi presso cui è andato a lavorare e a vivere e per il quale il senso della contemporaneità dopo la scoperta dell'America, anzi La conquista dell'America (1982), è la question de l'autre. Todorov consacrerà in Noi e gli altri l'eterologia che l'aveva fatta da tiranna dominatrice sin dalle primissime battute nel lavoro (sopracitato) dedicato agli Atzechi, a Cristoforo Colombo, ai feroci conquistadores spagnoli quali Cristòbal de Olid, Ferdinand Cortès, Nino de Guzman. Con quel libro in mano, prevedendo costumi sessuali liberi e copricapo piumati, pronto a salpare per le Americhe, anzi per le Indie, Todorov  che sembra Damico, utente del cervello per arrivare al cuore  ci incatena a noi stessi/altri, scrivendo: «Voglio parlare della scoperta che l'io fa dell'altro. L'argomento è vastissimo. Non appena lo abbiamo formulato nei suoi termini generali, lo vediamo subito suddividersi in molteplici categorie e diramarsi in infinite direzioni. Possiamo scoprire gli altri in noi stesi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide con l'io: l'io è [e qui siamo in territorio rembaldiano] un altro. Ma anche gli altri sono degli io...». Insomma, l'iità o ipseità è alterità! (L'altro è sempre il prodotto di una rinascita mistica, governata da un coach-sacerdote, come insegna Mircea Eliade in La nascita mistica. Riti e simboli d'iniziazione, Brescia Morcelliana, 2002: «Un insieme di riti e insegnamenti orali, che persegue la modifica radicale dello statuto religioso e sociale del sottoposto a iniziazione [...]. Al termine delle prove il neofita gode di tutt'altra esistenza rispetto a prima dell'iniziazione: è diventato un altro». Insomma, l'ha piantato di essere se stesso come raccomanda Damico nel suo precedente Piantala di essere te stesso!).

A questo punto, se l'altro è in me o se è, addirittura, l'io stesso, potremmo chiudere il libro, ritenuto concluso il viaggio. Ma sarebbe un cattivo proposito perché ben altre sorprese ci riserva il viaggio di Gianfranco Damico il cui testo è egemonizzato terminologicamente dalla parola "altro" (non se ne ha idea di quante volte lo si incontra l'altro: un'ossessione così incombente, così indiscreta da portare la mano al tagliacarte e farne un pugnale omicida, liberatore).

Una prima sorpresa: l'altro di cui si parla è sempre un pazzo. O meglio, scrive Damico, siamo tutti «ALIENATI MENTALI forse non nei riguardi di un preciso assetto storico-sociale e culturale, ma certamente nei riguardi di una più generale realtà, sempre aliena. E alieni lo siamo ancor di più gli uni agli altri, in quanto portatori di un'irriducibile diversità che rischia sempre di chiudersi in sé e di difendersi...» (p.193). È un passo di commento alle storie da pazzi che racconta Richard Bandler con la sua terapia del Ricalco Contenutistico che guarisce un allucinato uditivo e un Gesù Cristo incrocifissabile.

Il libro di Damico si presenta bene con il suo attacco al Cartesio del corpo e dello spirito reciprocamente antagonisti, con il suo antidealismo autistico del vescovo Thomas Berkeley, con l'espulsione in fuorigioco di Freud e di tutto il suo catarroso pansessualismo, con l'assenza del padre (una sola volta se ne parla a p. 85 ed è un pietoso Anchise, non un Mosè di terrificante autoritarismo), ché nel romanzo di formazione che è la vita sempre decisivo è Ulisse per Telemaco, Ettore per Astianatte, Anchise per Enea, Crono-Saturno per tutti e mai che si misuri l'importanza di Andromaca o di Penelope nella formazione del carattere del figlio. Poi tra neuroni a specchio e mandorle cerebrali (amigdala), di empatia in empatia, di relazioni in relazioni («sono le relazioni a costruire il soggetto», p. 67) ci allontaniamo dalla «fenditura dell'essere» e dai giochi ottici per ritornare  e colmare la fenditura dell'esserci   alla ragazza mai incontrata in quell'adolescenzialmente immaturo tempo di solitudine, dove però c'era il gigantesco nonno omerico, c'era il povero epilettico Jascin. Dove c'era, insomma, il cuore delle cose incomplete e insensate fino a quando non le si racconti: «Non sono i fatti a determinarci, è la narrazione di quei fatti che ci struttura, è il senso compiuto che diamo a quei fatti... Un evento ha il suo statuto ontologico esclusivamente nella narrazione che ce ne facciamo» (pp. 78, 80). Miele per le mie orecchie ammaliate da quella musica da sirena di Hayden White, del principio di indeterminazione di Heisenberg o degli Esercizi di stile di Queneau!

Meno dolce, anzi senz'altro amara, la frase sottolineata nel testo: «ciò che ci appare simile è amico, ciò che ci appare dissimile è nemico» (p.183). Un mondo di esseri simili l'uno all'altro sarebbe una teoria di specchi, popolata dalla propria unica immagine riflessa all'infinito: lo specchio di Narciso. Folle, come il Cristo di Bandler! «Avere torto: che meraviglia!» scrive Damico. Il torto come risorsa! Ma se è una risorsa avere torto, non è ispirato a generosità dare torto all'altro? Un uomo ragionevole, di ragioni pieno e faticosamente a lungo elaborate, è davvero un pavone prigioniero di se stesso come quello che si intuisce nelle pareti del ristorante La foglia di Ortigia? Non mi pare agevolmente comprensibile l'altro. Non mi resta che stare odiosamente e noiosamente con me stesso che sono l'altro da me, il mio altro più vicino, il mio prossimo! Come citare i propri libri, rimandare a se stessi mentre si predica l'eterocrazia! Insomma, ognuno è Narciso. A modo proprio!

Tino Vittorio

martedì 30 aprile 2013

Eros senza spread

I fondatori della Costituzione italiana provenivano dal Fascismo, da una congiuntura economica di disoccupazione di tutti i fattori produttivi, di inflazione (anni Venti), deflazione (secondi anni Venti e primi anni Trenta) e re-inflazione programmata [svalutazione della moneta a cominciare dalla sterlina (1933) e poi a proseguire con il dollaro (1934) e poi con la lira (1936)]. Furono disoccupazione e guerre di colonizzazione, contadine le loro esperienze traumatiche, formative, ossessive. Fecero la Costituzione e l'articolo 1: "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro...". Si dimenticarono di chiarire se il lavoro fosse un desiderio, un obbligo o se fosse salariato, reificato, alienato e alienante.

Una Costituzione che non riguarda i disoccupati patenti delle statistiche e dei suicidi, né quelli latenti (i familiari impiegati nelle aziende dove nascondono la loro inutilità lavorativa) né i marxisti né i reichiani-marcusiani (ché il lavoro è una follia, un'alienazione, un dispiacere), né i lettori della Bibbia che sono tanti in un paese di Vecchio e Nuovo Testamento come l'Italia e per i quali il lavoro è una maledizione divina, una cacciata dal Paradiso, un'andata all'inferno.

Una Costituzione che prescinde dai suoi costituiti in gran parte fuori dalla loro Costituzione, lavorativa.

Una Costituzione che pone problemi e non li risolve, che rende incostituzionali i disoccupati, i marxisti, i cattolici e tutti quelli che vennero fuori negli anni Sessanta del secolo scorso per i quali la loro costituzione, personale e psicologica, era fondata sull'eros contro l'ergon. "L'eros è civiltà" scrisse Herbert Marcuse. Tutti l'intesero copulativamente quella "e" congiuntiva di "eros è civiltà". Ma come si dice: carta canta o scripta manent! E verba volant. Amen! Rifondiamo, allora, la Costituzione: "La Repubblica (ma potrebbe a questo punto essere una monarchia, un'oligarchia, un'anarchia) italiana è fondata sul piacere. Il piacere è tutto mio, tuo, suo, nostro! Grazie. Prego".

Comunque, ci vuole poco ad essere civili. L'eros non conosce spread ed è una risorsa abbondantemente diffusa in tutti gli strati sociali e in tutte le stagioni dell'età, non è monopolio dei banchieri né dei vecchi che governano il mondo. I vecchi mentali, non anagrafici! John Maynard Keynes — uno che si intendeva di piaceri e di economia — con tutto il suo circolo di Bloomsbury sarebbe d'accordo.

Tino Vittorio

Leggendo Giuseppe Borri?


Realizzato da Francesco Hayez nel 1846
Leggendo Giuseppe Borri, devoto cognato di Manzoni, scopriamo una Sicilia alla moda. Edificante. Solo perché teneva alla sua identità, al suo onore, all'onore delle sue donne difeso dalla spada, dal coltello, dal forcone. A scanso di equivoci ci teniamo saldi alla rappresentazione di Steven Runciman, The Sicilian Vespers, che è una History of the Mediterranean World in the later thirteenth century (1958, la traduzione italiana di De Donato è del 1971).

Lei, Isabella bionda-Lucia mora, lui Renzo-Guglielmo, l'altro Don Rodrigo-San Remigio, Gran Giustiziere, angioino. Lei e lui dovevano sposarsi nel 1282 nella Sicilia franco-sicula di Carlo d'Angiò contro il modello seicentesco, ispano-lombardo, del cognato, don Lisander, sposo in seconde nozze (1837) di Teresa Borri vedova Stampa. Isabella, consunta dal dolore per la morte del padre e per quella presunta del promesso sposo, Guglielmo, esalerà l'anima qualche giorno prima di Guglielmo che si spegnerà, armi in pugno, a Messina, assediata dalle truppe di Carlo d'Angiò. Tutto questo si legge ne I promessi sposi siciliani e Giovanni da Procida di Giuseppe Borri, un romanzo storico, scritto sul calco de I promessi sposi manzoniani e pubblicato una cinquantina o sessantina di anni dopo la sua composizione.

Il romanzo del Borri, scritto presumibilmente intorno agli anni Quaranta dell'Ottocento - ma forse intorno agli esiti "infami" della seconda guerra d'Indipendenza (1859), conclusa improvvisamente con l'Armistizio di Villafranca, determinando le dimissioni di Cavour dalla Presidenza del Parlamento piemontese - è un romanzo misogallo, antifrancese, tanto che i curatori dell'edizione postuma, i coniugi Cornelio-Massa, scrivevano nella prefazione del 1906 all'edizione della Casa Tipo-lito edit. Sinibuldiana di Pistoia: «L'autore, scrivendo parecchio tempo avanti l'epoca del risorgimento italiano, non poteva ricordare altro che le antiche note storiche, ridondanti dalle oppressioni venute alla Sicilia dalla dominazione francese. Certo - egli se avesse scritto il suo lavoro dopo il 1859 [seconda guerra d'Indipendenza], dopo che il sangue francese si era mescolato col sangue italiano sui campi di battaglia, per liberare la patria nostra dal giogo straniero - avrebbe temperato alcune frasi di risentimento perdonabile verso chi non poteva allora prevedere gli eventi e nutrire per la Francia sentimenti di gratitudine».

In vero, esclusa qualche frangia di cattolici, tutti i protagonisti - cavurriani, mazziniani, garibaldini, pisacaniani del Risorgimento italiano - nutrirono un'avversione - più o meno esplicita ma radicale - nei confronti di Napoleone III e della sua politica sud-europea che tendeva a fare divenire il Mediterraneo a «French lake» - come scriveva e diceva Mazzini, nascondendosi che il Mediterraneo da tempo era «an English Sea», ai suoi amici inglesi che voleva interventisti per non correre con «the non-intervention principle» la perdita del controllo, del monopolio dei traffici economici e militari di quell'area, degli «high British interests in the Mediterranean» (vedi la recente pubblicazione delle «Lettere agli amici di Scozia e d'Inghilterra» di Giuseppe Mazzini, «Nel segno della democrazia», Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011).

Il punto è un altro: perché un milanese si mise a scrivere un romanzo geograficamente, politicamente, storicamente siciliano? Manzoni, il cognato-guru, aveva nutrito nella gioventù giacobinizzante umori "leghisti" - oggi diremmo - affidati all'Etna e in Renzo e Lucia aveva mandato in punizione fra' Cristoforo in un punto fuori dal mondo, a Palermo. Invero dall'inizio dell'Ottocento, i Vespri (il Vespro, meglio, ché Vespri fu conio francese come raccontava nel 1973 Leonardo Sciascia in «Il mito del Vespro», ora in «Opere 1971-1983», Bompiani) si posero come un tema culturale alla moda dalla librettistica musicale alla letteratura. In pittura Francesco Hayez, il pittore, tra gli altri, di Alessandro Manzoni, di Teresa Borri Stampa, rappresentò varie volte nei suoi quadri il Vespro siciliano, prima e dopo l'opera di Michele Amari, edita a Palermo con il titolo rassicurante (ma non tanto da non causargli l'esilio in Francia) «Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII», tormentato in diverse edizioni. Insomma, mentre il Mediterraneo era uno stagno inglese, tenuto saldamente in mano tra Gibilterra, Malta e altri luoghi "informali" di protettorato, il Risorgimento temeva i Francesi: temeva che il Mediterraneo divenisse un lago francese. Boh! La Storia si fa romanzo. Guazzabuglio. Ineluttabilmente. E non distingue tra quel che si pensa e quel che si vede, tra la vista dell'anima e la vista degli occhi!

Tino Vittorio

lunedì 29 aprile 2013

Il transitivo scoppia di salute, il transitivo è malato

Aggiungi didascalia
Per Carl Gustav Jung la contemporaneità era Zivilisation im Übergang ovvero civiltà oltrepassata (civiltà al trapasso), quindi barbarie o americanizzazione o dominio della Tecnica. La Svizzera, non geografica ma antropologica, veniva posta come alternativa all'oltrepassamento («Noi svizzeri crediamo nella qualità... Da noi tutto sta nella virtù, nel valore e nella tenacia del singolo». Più in là si dice che lo Svizzero è un montanaro, rinserrato o autoesiliato nella cocciutaggine e nella diffidenza degli... svizzeri).

In questi giorni ci sono studiosi come Latouche o Cassano che vedono l'arretratezza del Meridione (il computer scrive sempre Merdione e io a correggere. Ma se avesse ragione il computer?) o la decrescita del sottosviluppo quali alternative alla crescita o al Settentrione capitalistico. Prima osservazione: la Zivilisation non è un oltrepassamento, non è l'oltrepassamento della Kultur (insomma, siamo al tramonto del tramonto a una formula, vale a dire, in cui la specificazione è una geminazione come la lingua della lingua il piede del piede. Quindi non si aggiunge senso, ma si esclude che ce ne possa essere nel soggetto autospecificato)?

Quanto alla civiltà o Zivilisation di Jung riporto la sua definizione: «Civiltà significa essenzialmente continuità e prevede un'ampia conservazione dell'antico; la ricerca del nuovo invece crea inciviltà e sfocia in pura barbarie». Ma il nazismo, barbarie dei suoi tempi, fu per Jung l'affioramento di antichi archetipi, del passato di Wotan, l'emergere dell'antica bestia bionda messa in sonno dal cristianesimo. Lo Svizzero come la melenzana di serra che è diversa dalla melenzana a campo aperto ma sempre melenzana è! E in effetti la Svizzera è diventato il nuovo centro del mondo, un centro virtuale, un'inesistenza reale, come il denaro delle sue banche, che riempiono quelle banche, svuotate le nostre tasche.

Domanda ineludibile: che cos'è l'anima, Seele, dello Svizzero che non ha terra (poca è quella tra le montagne e nella finanza — il denaro non ha radici) come non ha terra l'Ebreo dei tempi di Jung? Chi non ha terra non ha radici, non ha madre, non ha inconscio, non ha archetipo o principio di vita spirituale. Insomma, è uno psicopatico che deve surrogare con la cura dell'analisi la sua consistenza: «Il contatto con l'inconscio ci avvince alla nostra terra e ci rende duri da smuovere [la cocciutaggine e la diffidenza degli Svizzeri], il che certamente non è un vantaggio nei riguardi della capacità di progredire e di ogni altra forma di desiderabile mobilità. Ma non vorrei dir troppo male del nostro rapporto con la buona Madre Terra [la filiale devozione della melenzana!]. Plurimi pertransibunt [et nullus est qui non intransit, ché siamo tutti viandanti, costruzione del nostro errare, somma dei nostri errori — per dirla con il buon Nietzsche], ma chi rimane attaccato alla sua terra ha durata. Esser lontani dall'inconscio e quindi dalla condizionatezza storica [la Storia, id est: tempo, in Jung è spazio; la medesima convinzione della melenzana che ha una storia nel suo spazio di terra ortiva] significa mancare di radici. Questo è il pericolo che minaccia il conquistatore di un suolo straniero; ma è anche un pericolo per il singolo se [...] perde il nesso con l'oscuro fondo originario materno della terra da cui è cresciuto». Cosi parlò... la melenzana alla balaustra!

Tino Vittorio

Al mulo del tempo

Un romanzo storico «Il martirio del bagolaro» (Carthago Edizioni, 2013) dove la Storia non è magistra vitae, non è memoria da celebrare per ficcarci radici o da studiare come un insetto ripugnante da cui svellere le proprie radici, un romanzo dove la Storia è un alibi che nasconde il parricidio. È un racconto contro la Storia, nonostante o proprio per i diffusi riferimenti alle vicende risorgimentali, al 1812 della Costituzione anglo-siciliana, al 1837 del colera “separatista” o “autonomista” siciliano, al 1848-49 antiborbonico, al 1862 garibaldino e cavourriano (questo è l’anno di inizio del romanzo quale contributo all’Unità d’Italia nel suo centocinquantesimo anno — meno tre mesi ché il libro è edito nel dicembre del 2012, mentre l’anniversario nazionale cade nel marzo del 2013).

L’Italia, dopo la matria scozzese di Walter Scott, è una delle patrie (ma i russi non scherzano: basterebbe soltanto Tolstoj a sostenerne millanta di romanzieri storici!) del romanzo storico (Manzoni, il cognato di Manzoni con un suo contributo romanzato alla conoscenza dei Vespri Siciliani, gli emuli manzoniani coevi, i siciliani De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Consolo e così via). Il paradigma italiano di questo genere letterario è fornito da I promessi sposi dove la fiction è usata per denunciare la feroce vergogna del sistema procedurale del diritto penale italiano, fondato (non del tutto tramontato, se pensiamo al caso orribile del giovane Cucchi) sulla tortura che — per l’ambito manzoniano — fu un cruccio dello zio di Manzoni, Pietro Verri, fratello maggiore di Giovanni, padre naturale di Manzoni, del nonno del Manzoni e poi di Alessandro Manzoni con la Storia della colonna infame, relativa alla peste del Seicento e che è il perno storico del romanzo.

Manzoni con il suo romanzo storico intendeva rendere più efficace la narrazione nobilitandola o accreditandola con la documentazione storica, l’esordiente ventiseienne Rosario Russo usa la Storia per denunciarne la mistificazione, l’inutilità e il danno — per dirla con il famoso titolo della Seconda «Considerazione inattuale» di Nietzsche. Il suo non è un romanzo sul Risorgimento, ma una presa in giro del Risorgimento e della Storia come disciplina accademica. Della Storiografia, vale a dire. Ognuno — e qui va detto — se ne libera come può della Storia, preda da caccia della storiografia che la studia spietatamente per mummificarla, per impagliarla e metterla in soffitta ad evitare che il passato si presenti irriconoscibile — per gli sprovveduti o/e entusiasti cercatori di radici — come futuro ché sarebbe un futuro da zombie. D’altra parte la storiografia — la sua produzione e il suo consumo — è in relazione negativa con la Storia (lo stesso rapporto tra Kultur e Zivilisation come insegna Spengler, ribadito in «Critica della notte», splendido e prezioso libriccino del mio ospite).

Gli scrittori abitanti in Sicilia hanno partecipato e partecipano vocazionalmente alla crescita del romanzo storico. Il loro Beruf è il romanzo storico, come l’attrazione del vuoto. In questo Risorgimento di Russo opera una setta mai esistita dei Martiri del Tricolore, punitori di quei fedeli borbonici che nel 1848 agevolarono la repressione dei liberali per mano del principe di Satriano, Carlo Filangieri. E per tutta la durata del romanzo Russo ci fa credere che il vecchio Leonardo Mancini, trovato ammazzato nella sua camera da letto, sia stato vittima della vendetta degli unitari. Un sapiente intreccio, guastato qua e là da qualche ingenuità linguistica come «a cavallo di un mulo» o come l’uso transitivo, siciliano, del verbo «uscire».

Il titolo è un omaggio al vero martirio che non è quello degli unitari risorgimentali, ma quello di Saverio, di Edoardo, di Nardo, di Venera. Un omaggio anche al minicucco, il bagolaro, presso cui si costituisce il nucleo del romanzo dell’amore contrastato e punito fra due ragazzi costretti o incoraggiati all’omosessualità dalla detenzione tre le mura dell’Oratorio dove Saverio ed Edoardo erano stati consegnati, reclusi dai rispettivi genitori.

Il protagonista è un giovane aristocratico acese, Nardo Mancini, che scapperà dalla Sicilia con la sua Venera, la criata della famiglia, prima a Napoli e poi a Milano dove andrà a fare il bibliotecario mentre tutti i parenti l’hanno dato per suicida o rapito dai briganti.

È un romanzo dove si agita il complesso di Telemaco o di Astianatte, un romanzo che piacerebbe a quello che oggi sembra essere l’analista lacan-junghiano più alla moda in Italia, Massimo Recalcati. I protagonisti sono i figli, i nostri figli che si vivono come creditori di un risarcimento generazionale inesigibile. Un romanzo che è una sorta di manifesto disperato dei giovani, di quei giovani italiani, europei, occidentali maltrattati dai loro “indegni” padri e che per questo «vorrebbero scomparire per sempre», come confessa Nardo subito dopo la scoperta del parricidio dello zio Saverio prete con cui il giovane si era intrattenuto a parlare dell’omicidio del nonno, ammazzato dallo zio Saverio: la pena di morte contro la costrizione a indossare la tonaca, all’obbligo della rinuncia alla primogenitura a favore del fratello, padre di Nardo, alla cancellazione del suo destino di edonista e per avere indotto al suicidio Edoardo, il coetaneo amante.

«Uscì da quella stanza…» — e sembra, Nardo Mancini, un calco della manzoniana madre di Cecilia «scendeva dalla soglia di uno di quegli usci» — «uscì da quella stanza con un senso di ribrezzo verso il mondo che lo circondava. Si era aspettato che lo zio c’entrasse qualcosa con la morte del nonno, ma scoprire tutte quelle violenze, quelle sofferenze… Ma altro che scapparsene alla piana [di Catania]… qua si trattava di darci un taglio definitivo, di sparire per sempre da questo mondo. Ormai era arrivato al limite. La vita aveva perso ogni valore». Per trovarne o ritrovarne uno, bisogna andarsene da quel melenzanaio che è la Sicilia. Lontano. «Per dove? Da dove?» mi chiedo con il titolo di uno straordinario mai invecchiato saggio di Claudio Magris dedicato al suo Joseph Roth, cantore, ciantro della fine del mondo che fu la dissoluzione dell’impero austro-ungarico!

Tino Vittorio

L'arte degenerata della paternità

Da quando ho finito di leggere un romanzo di un ragazzo acese (Rosario Russo, «Il martirio del bagolaro») che racconta di un parricidio (il figlio è un omosessuale punito dal padre dopo la scoperta della diversità filiale), mi sono rimesso a lustrare gli ottoni bibliografici (Freud, Dostoevskij, etc.) del parricidio e mi sono imbattuto, oltre che in Massimo Recalcati («Il complesso di Telemaco»), anche in Zoja, «Il gesto di Ettore».

Tutti dicono che il padre è un'invenzione recentissima nella specie animale, un'invenzione paradossale perché frutto di una scelta contro natura. Il padre è il principio della civiltà, il luogo da cui prende inizio la civiltà contro la natura. Insomma la femmina è immediatamente madre, il maschio deve scegliere di essere padre, rientrando a casa per accudire i cuccioli, consegnandosi alla monogamia. È una scelta recente (qualche migliaio di anni contro i 4,5 miliardi di anni della Terra) e fragilissima. Da qui la ricerca continua del padre, del fondamento simbolico, perché la paternità è artificiale, simbolica e non naturale. Siamo tutti senza padre o, per dirla con Nietzsche, «chi non ha un padre, se lo deve dare». Il parricidio (simbolico o reale) pertanto è l'atto più inutile che si possa compiere, un maramaldeggiamento («tu uccidi un uomo morto»), ma per questa inutilità esso fonda un carattere, un progetto di vita — quello del parricida — su un vaneggiamento che procura nevrosi e scompensi affettivi e psichici. In Jünger l'Operaio è un orfano che surroga la paternità perduta o assente con l'artificio della Tecnica. Grande Jünger, più grande di Freud e di Jung!

Tino Vittorio

Cannoni, studenti e melenzane

Per avvistare la differenza tra una melenzana e un marinaio leggiamo, con la guida di Karl Schlögel, «Il Tempo del Settecento nello Spazio del mondo».

Il filosofo, pensando il mondo, rimprovera lo storiografo di non pensare il mondo, di non capire lo Spazio e il Tempo, di non sapere la lettura dello Spazio nel Tempo o del Tempo nello Spazio (Spazio e Tempo sono funzioni reciproche, l'uno dell'altro). Guardo il Tempo di Horatio Nelson (1758-1805) e quello di Rosario Gregorio (1753-1809). Guardo lo Spazio dell'uno (il mondo, il mondo anglicizzato) e dell'altro (la Sicilia dell'abate Vella e dell'arabica impostura). Tutt'e due, conterranei (del quartiere Olivuzza di Palermo e dei feudi di Bronte) e contemporanei, si saranno visti o — per poco — è mancato che si vedessero in Sicilia. L'uno era l'esponente dell'illuminismo siculo, l'altro era l'anima nautica dell'imperialismo inglese, del mondo anglicizzato. L'uno è l'eroe della storiografia settecentesca e dell'antiquaria "normanna" degli studiosi siculi, l'altro cambiava a cannonate il mondo. Sapete chi dei due è materia formativa degli studenti in Sicilia?

Tino Vittorio