mercoledì 30 ottobre 2013

L'allunaggio storiografico o geografia dei grandi spazi









John Reader, Africa, biografia di un continente (Mondadori): il figlio di un taxista londinese scrive di storia come un geografo hegeliano. Funziona: meglio comprarsi un auto e farsi rilasciare una licenza per girare il mondo che andare in cerca di fondi e di fonti d'archivio. La storiografia non è cronosofia, chiacchiera "intelligente" di date, saggezza cronologica ma filosofia geografica. E per fare parlare il mondo, non bisogna passare vent'anni a leggere Aristotele per intrappolare e aristotelizzare i graffiti dell'uomo sul pianeta. Basta ascoltare i monti e i mari, i fiumi e i boschi e il rumore delle guerre. E vedere i colori delle città alla luce del sole e a quella della luna.La terra si racconta meglio da una postazione lunare e non da un'idea, dall'idea che la terra attraverso l'uomo ha di sé.

L'uomo è un'eresia della Natura


La contemporaneità è un’insonnia di massa. Essa vive di innovazioni, di novità; è un’infinita giornata di luce che può sembrare una punizione, come quella inflitta ai detenuti “tosti”. L’innovazione, quindi, foriera di crisi perpetua, anima la contemporaneità dell’Occidente il cui stato normale è critico. Non così per altri popoli, quelli del Corano, ad esempio, che accoglie problematicamente nella “sunna”, nella tradizione, appunto, coranica l’innovazione, “bid’a”. Tra “bid’a hasana” o “bid’a mahuma”  (novità buona) e “bid’a sayyi’a” o “madhumuma” (novità cattiva), l’innovazione, la “bid’a”, tendeva e tende  a configurarsi come eresia, come rischio teologico, concessione alla miscredenza. La storia umana si snoda e si aggroviglia per vicende di scoperte ed invenzioni tecniche, di tradizioni che fronteggiano e resistono alle innovazioni che diventeranno tradizioni (e miti, quando si perderà la possibilità di farne analisi critica e lettura storica).

Il gioco sessuale della parola


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Eros: il dio guerriero delle donne. Solo per il quale la guerra vale essere dichiarata, dalle donne.
Quanto vale un odore di femmina? La follia di Orlando che porta alla sfida fratricida dei due gran “pileri”(pilastri: l'altro era il cugino Rinaldo) del campo cristiano. Dove? In Sicilia, ovviamente: Viditi quanto pò 'n pilu di fimmina!/Dui palatini, ca su' du' pileri,/ per causanza dela della bela Angelica/ su'addivintati d' nimici feri/. Questa è la quartina d'inizio di Lu cummattimentu di Orlandu e Rinardu di Nino Martoglio.*

Un fanciullo, irresponsabile, dispettoso, sorridente ed ironico. Un uomo di sfrenate furie sessuali: Priapo.
Eros o Priapo. È una smania che disarticola ogni calcolo di equilibrata, misurata armonia.Gli dei dell’Olimpo non lo vogliono tra i condomini, non si fidano. Non è divinamente corretto. E’ una divinità infantile, che non vuole crescere. Infantile: appartiene all’età pre-fàtica, all’età che precede la maturità del linguaggio, del latino fari, del dire. Quindi non linguaggio maturo, ma dialetto, cacolalìa, infanzia della lingua e lingua infantile, dell’infanzia dove trova il suo esilio e lo sceglie come dimora Eros-Priapo. Dimora di licenziosa, scurrile, allegra promiscuità, ghetto senza barriere interne di genere alcuno. I giochi di parole, le iperboli, tutta l’arte della Retorica, tutta la Tecnica del dire sostengono quel luogo clandestino che l’Eros-Priapo dialettale abita. Un carnevale che non si può celebrare con le ghette, un rodeo di immagini, di associazioni psicologiche di realtà dissociate, improbabili, una palestra di acrobazie linguistiche, affabulatorie orientate al riso sguaiato, liberatorio. Un universo ingrottato, nascosto ma ben frequentato come i locali degli anni del proibizionismo americano, gestiti da delinquenti ma riempiti da tutti, rispettabili uomini con ghette e smaniose donne di classe, da donnine e da omuncoli.
Eros-Priapo si può esprimere solo nel dialetto. Vuole essere tratto fuori e messo in vista. Nell'alcova o sul lettino dell'analista.

* La melenzana è ubiqua, reperibile fin dove non la si sospetta. Esemplare ci sembra la prefazione (1921) di Luigi Pirandello, che o ché era Pirandello, alla Centona del poeta e commediografo di Belpasso: "Nino Martoglio è per la Sicilia quello ch'è il Di Giacomo e il Russo per napoli; il Pascarella e il Trilussa per Roma: il Fucini per la Toscana; il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native [melius: ortive, per quel che si legge subito appresso] che dicono le cose della loro terra[!], come la loro terra vuole che siano dette per esser quelle e non altre, col sapore e il colore, l'aria, l'alito e l'odore con cui vivono veramente e si gustano e s'illuminano e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove". La terra (o l'orto) detta e la melenzana raccoglie e recita secondo sapore colore odore tratti ad alimento identitario! Grande Pirandello!

martedì 29 ottobre 2013

Il pescatore di melenzane




La fine è la perfezione dell’origine- amiamo ripetere! Così i castelli del Mezzogiorno d’Italia d'epoca bizantina si perfezionano in torri di avvistamento, in fortificazioni costiere alla fine del viceregno spagnolo.
A metà del secolo IX l’impero d’Oriente di Bisanzio si dava a costruire castelli contro gli invasori arabi che avevano dato vita alla lunga guerra di conquista nell’827, sbarcando in quell’approdo di Dio, Mars Allah,  Marsala, e fermandosi a Taormina nel 902 dopo avere espugnato nell’831 Palermo, Enna nell’859, Siracusa nell’878.
I castelli isolani, i manufatti fortificati, pur nella diversità dei suoi costruttori, bizantini, normanni, svevi, aragonesi e spagnoli (meglio: castigliani), hanno in comune il dato di costituzione mentale: la rinuncia ad una strategia offensiva sul mare. In misura diversa, si scelse di non armare flotte orientate ad intercettare e a contrattaccare i nemici che utilizzavano il dominio delle rotte di mare.  Si arretrerà la strategia bellica sulle coste, interrando le navi in forma di castelli, dimentichi della sostanza dell’impero navale ateniese, raccontata da Tucidide nella sua Guerra del Peloponneso.
Un intelligente punto di partenza per l’esame dei castelli siciliani è proposto da Ferdinando Maurici che, sulla scorta delle testimonianze di due autori arabi, Ibn al Athir ed An Nuwayri, ha scritto nel suo libro, Castelli medievali in Sicilia, pubblicato dalla Sellerio nel 1992: “I due storici datano l’inizio del grande incastellamento bizantino in Sicilia intorno alla metà del IX secolo, quindi in un momento in cui i problemi della
rivolta berbera imposero agli arabi la sospensione o almeno la riduzione dell’iniziativa aggressiva contro l’isola”. Nessuna fuga dal mare, nessuna paura del mare, ma rinuncia a stare sul mare e ad affrontare gli arabi sulle coste di partenza del Maghreb o sulle rotte marittime. Per fare ciò, bisognava costruire flotte statali o favorire l’armamento privato e, innanzitutto, spostare l’interesse geopolitico di Bisanzio dall’Anatolia alla Sicilia. Si preferì, invece, la realizzazione di fortificazioni che imponeva “l’accentramento di popolazione postulato da un incastellamento massiccio […] dell’abitato”. Così all’origine. E così sarà alla fine, con l’occupazione spagnola della Sicilia quando, già prima della battaglia navale di Lepanto del 1571 fra i Cristiani dell’armata spagnola  e gli islamici dell’armata ottomana, non volendo o non potendo debellare sulle coste dell’Algeria o della Tunisia la potenza corsara delle Reggenze barbaresche protette dall’Impero Ottomano, non potendo armare flotte navali per il fronte secondario del Mediterraneo (quello primario era rappresentato dall’Oceano Atlantico), non permettendo (anzi, diffidandone) la coltivazione dello spirito marziale delle aristocrazie coloniali, si decise di disseminare - per tutta la costa dell’Italia meridionale dagli Abruzzi alla Campania e oltre - torri di avvistamento, opere di restauro di manufatti fortificati da cui con fumo, sventolio di bandiere colorate, falò o esplosione di colpi di bombarda dare l’allarme alle popolazioni. Per scappare tutti, come galline inseguite da volpi, in luoghi meno accessibili agli incursori del mare. Non era un “alle armi”, ma un “ai piedi”.
I nostri castelli non sono la memoria del potere signorile che  minacciava e proteggeva la popolazione del luogo. Sono corpi estranei, paurosi, incombenti sulla psiche dei siciliani. Caratteristiche perse dal castello Ursino di Catania, grazie alla lava che, mangiandogli il mare, ha ridicolizzato l’opera di Federico II, mettendo il manufatto federiciano al livello delle abitazioni dei sudditi. Diversamente che a Gagliano Castelferrato dove si permane a vivere con un fortilizio rupestre sulla testa. Deprimente mal di capo!

I castelli deprimono, appunto; non ricordano uomini, ma conigli e dominatori estranei. I castelli sono navi interrate! Castellificare è (fu) denavalizzare; il contadino è un marinaio stordito, smarrito, un pescatore di melenzane!- 

Wich sta ad indicare un luogo inglese in cui si produce(va) sale in città-saline di mare.Non si registrano in Italia posti il cui nome sia combinato con "sale". Calat (rocca), in Sicilia il wich diffuso inglese, si combina in suffisso di nome di città, arroccate, chiuse in se stesse come a tenere un pugno di terra stretto nel ... pugno dell'altra mano libera dalla vanga o dall'aratro. Il pesce (piscis-fish) che ha cambiato il mondo inseguito nei mari del Nord Europa (magistrale di MarK Kurlansky  il Merluzzo. Storia del pesce che ha cambiato il mondo, Mondadori 1997) per i supposti Indoeuropei è una “bestia del corso d’acqua”, del *mor (mare). Di scarso interesse alimentare, quindi. E “ciò confermerebbe l’idea che gli antichissimi popoli di lingua indoeuropea manifestavano, nei confronti del pesce, un certo distacco[…]. Questa repulsione si comprende bene ricordando che la carne del pesce si conserva male: essa non poteva costituire, dunque,  una seria risorsa alimentare prima della scoperta delle tecniche di conservazione, come l’affumicatura [stock-fish] e la salatura [salt-fish]" in André Martinet, p. 37 dell'edizione Laterza 1987, L'Indoeuropeo. Lingue, popoli e culture  (in francese il titolo è più ricco, più ... titolato: Des steppes aux océans. L'indo-européen et les "indoeuropéens". Ma tutti gli indoeuropeisti e gli studiosi di linguistica comparata se la dovrebbero vedere con Giovanni Semerano che oltre al sapido e rapido La favola dell'indoeuropeo (Mondadori 2005) ha scritto su Le origini[mesopotamiche] della cultura europea (Leo S. Olschki) 4 volumi di cui due sono dizionari etimologici.

La pace spiegata a una bambina, al Papa.





-          Pace e guerra: “il vomere poteva avere un manico corto, ed allora lo si trasformava facilmente in spada, oppure lungo, ed allora diventava una lancia. Aratro e spada, pace e guerra, a quel tempo avevano molto in comune. Isaia predice un futuro in cui tutte le spade si trasformeranno in vomeri..." (E. E. Vardiman, Il nomadismo, Rusconi 1998, p. 144).



La pace che arrivò dal mare: lo sbarco in Sicilia del 1943.

La guerra e la pace non si escludono vicendevolmente: i rapporti internazionali sono determinati ora militarmente, ora diplomaticamente. Il militare sta accanto al diplomatico, non contro. Il bisturi non esclude la pranoterapia. I mali non sono tutti e sempre curati da carezze, né estirpati chirurgicamente. Per una cefalea è sufficiente una compressa analgesica o basta un massaggio shiatzu; per un tumore neppure una devastazione radicale vale. La pace è la subordinazione del vinto alla volontà del vincitore. Si sta in pace perché c’è stata una guerra dopo la quale il vinto ha accettato le condizioni del vincitore. E ci sono guerre difensive, rituali, sociali, economico-politiche, simboliche, etniche, di conquista. E ci sono paci cimiteriali. Il pacifismo è un desiderio che si fa sorprendere dalla guerra. Le guerre sono tante; la pace solo una: quella delle condizioni del vincitore. Non smette di piovere solo perché si odia l’acqua. Aveva nove anni la mia bambina sorpresa a bisbigliare improperi pacifisti contro Hitler e Mussolini, ancorché tremante e divertita per le statue di cera e per le trovate del sobbalzante rifugio antiaereo e degli spari di una mitragliatrice in opera dalle fessure di una casamatta ricostruita per il "Museo storico dello sbarco in Sicilia del 1943", allestito alle "Ciminiere" dalla Provincia Regionale di Catania. Una buona idea, quella del Museo permanente sullo sbarco alleato del 1943, buona per motivi diversi e, fra tutti, per il supporto didattico che offre agli insegnanti delle scuole che affannosamente arrivano a trattare i temi della storia contemporanea del Novecento. Molte immagini coeve, fedeli ricostruzioni di ambienti, secche didascalie, riproduzioni di documenti che sono stati consegnati ad un catalogo pregevole, introdotto rapidamente da Alberto Santoni, professore di Storia Moderna e Contemporanea dell’Università di Pisa. “Un museo per la pace” è il titolo voluto dall'allora presidente della Provinciale Regionale di Catania, Nello Musumeci, per questo spazio culturale che si apre con una scritta di Papa Giovanni XXIII (“La pace è il bene supremo. Dimenticarlo è una vera follia”) e che si chiude con immagini del cimitero inglese di guerra di Catania, mentre nomi dei caduti, di soldati di varie nazioni sono scanditi all'uscita dei locali museali. Alla bambina spiegavo che la guerra e la pace sono argomenti di sapere strutturato, di “scienza”, della polemologia. Spiegavo che non bastano i suoi occhi, non basta lo sguardo di tutti i bambini innocenti del mondo, non bastano gli improperi, come non ci si può affidare alla propria bontà per impedire le catastrofi naturali. Spiegavo che gli Alleati sono venuti dal mare, scarsamente considerato dalla cultura politica e militare dell’Italia, maltrattato allora, prima e dopo, fino ai nostri giorni. La pace è un bene supremo ricavato dalla guerra che non sempre è vinta dai migliori contendenti. La pace è la forma di una guerra a riposo, come le pendici di un vulcano sono lave rapprese che aspettano per tempi indefiniti altro magma. La pace sta alla guerra come la l'ombra alla luce: l'una è forma dell'altra; non sono due sostanze contrastanti. I pacifisti hanno tutti nove anni? Costantino che in guerra contro Massenzio avrebbe vinto nel segno della croce (in hoc signo vinces resa in latino del greco en touto nika), non aveva nove anni. Era il 312 dopo Cristo e di anni l'imperatore ne aveva 38.



La tricoteologia: Dio è nei capelli, pur essendo senza capelli! E la tricostoriografia...?











Si può ricavare l’umore di un’epoca dai capelli dei suoi protagonisti; si può, addirittura, intuire la predilezione di Dio per le sue creature attraverso la chioma. In un caso (esemplare il saggio del professore di semiotica, Massimo Baldini, Capelli, "Peliti Associati", ma "Wella Italia", 2003) avremo la tricostoriografia, nell'altro la tricoteologia di cui l’esempio più famoso è rappresentato egregiamente dal trattato tricoetico-comportamentale (ma anche teologico, appunto), di Jean Baptiste Thiers, pubblicato “aux dépense de l’auteur” nel 1690 a Parigi e intitolato Histoire des perruques où l’on fait voir leur origin, leur usage, leur forme, l’abus et l’irregularité des ecclesiastiques. In tutt’e due i casi l’agente della Storia o l’informatore della Storia (colui che dà forma alla sequela degli accadimenti) è il parrucchiere. Perché? Per alcuni motivi: "per nascondere i capelli rossi" - così il curato francese racconta degli Ebrei discendenti di Giuda, notoriamente tricoramati, oppure per sembrare più giovani e sexy-appealing o, ancora, per nascondere la "tigna" (l’alopecia in tutti i suoi 4 tipi) del “sordido male” della sifilide, esplosa in Europa dopo la scoperta delle Americhe.
   A dire il vero, il dibattito fra chiomati e calvi, d’origine antica, potrebbe essere riassunto nello scontro a distanza di tempo fra il retore e filosofo stoico, Dione Crisostomo, vissuto tra il 40 d.C. e il 112, e il vescovo cristiano di Tolemaide, Sinesio di Cirene, vissuto tra il 370 e il 413 d.C., noto ai più attraverso il film “Agorà” sull'intellettuale a-cristiana, Ipazia, del regista spagnolo Alejardo Amenabar.  Intellettuale di grande originalità, di larghe vedute, di vasta intelligenza e di spiccata devozione, qualità attestate incontrovertibilmente dalla sua calvizie su cui scrisse un Elogio contro quello della chioma di Crisostomo, un encomio quello del vescovo di Tolemaide, dedicato “ai filosofi, ai sacerdoti e a tutte le persone assennate”, vale a dire, calve.
   Chi si fa crescere i capelli non è un buon cristiano, amava ripetere Sinesio, reinterpretando San Paolo della Lettera ai Corinzi:“Per l’uomo è un disonore portare una lunga capigliatura…”.
   E l’uomo, calvo o a pelo corto, non si deve vergognare, perché “fra gli animali i più sciocchi sono completamente mantati di peluria, mentre l’uomo, che ha avuto in sorte l’intelletto e la ragione, ne è per lo più sprovvisto […]. E come l’uomo è al contempo la creatura più intelligente e la meno irsuta, così di tutti gli animali la pecora è sicuramente il più stupido […]. Insomma, tra capelli e qualità intellettive non sembra correre buon sangue.[E ancora,] “l’individuo completamente calvo è in assoluto l’essere più divino sulla terra” perché la sfera è la figura geometrica perfetta, la volta celeste sede di Dio è sferica, l’anima tende al cielo e la calvizie evoca la volta. Insomma, Dio è calvo: “la calvizie è una prerogativa divina e conforme alla divinità; essa è il fine ultimo della natura”.

   Chi entra in un salone di acconciatura per un taglio di capelli o una prova di parrucca, non è - Sinesio consule - persona frivola, ma è filosofo e sacerdote, come ben argomenta il vescovo di Cirene che, però, non riuscì a salvare la povera Ipazia (amica, scienziata ma donna chiomata) dai parabolani, sorta di cristiani talebani, fondamentalisti antipagani. E non erano calvi! O perché non erano calvi?





E ora ci chiediamo: solo il naso di Cleopatra ebbe una ruolo nella storia di Roma? E la pettinatura della regina egiziana?

Il rasoio di monsieur Guillotin - la ghigliottina - prese a saliscendere sul collo in una festa di teste staccate dal corpo, in un tripudio di decollati non tanto in nome della dea Ragione e delle figlie Fratellanza, Eguaglianza e Libertà, quanto per conto dei parrucchieri stressati da una richiesta crescente presso il Terzo Stato di chignon, smarriti in confusione di posticci e di sofisticate pettinature, di parrucche mirabolanti, ideate da architetti visionari e deliranti. Alle feste regali di Versailles, in primavera, l'acconciatura seguiva la stagione: la testa come un'orto irrigato da bottigliette piatte e ricurve adattate alla forma del cranio, piene d'acqua per il nutrimento di fiori naturali.
    Teste di donne che sembravano tanti fercoli del santo patrono... e piume, nastri, crocchie, tupée, pizzi, boccoli, trecce à la Chanceliére, à la Sevigné, à la Hurlupée, à la Maintenon, à la Fontanges ( una delle amanti, questa, di Luigi XIV, Le Roi Soleil) che con una sua delle sue giarrettiere rialzò i capelli scioltisi durante una corsa a cavallo. Fu così che Marie-Angelique de Scorailles de Roussille, duchessa di Fontanges, impose la moda Fontange per anni, allungando al torreggiamento o allargando a gradoni la testa delle donne del bel mondo civilizzato.
   I maschi si imparruccavano con ciprie e farine sfoggiando pettinature ad ali di piccione, esibendo ciocche di boccoli ricadenti sulle tempie o disposti su di una linea orizzontale, pavoneggiandosi con lunghe trecce strette da un nastro sulla nuca.
      La ghigliottina tagliò la testa a un tale groviglio di esistenze pelose e, poiché il Terrore si andava profilando lungo sui tempi a venire, si pensò bene da parte di chi aveva ancora la testa attaccata alle spalle, di acconciare pettinature corte e semplici onde evitare attriti di inefficacia, di ostacolo alla lama lanciata sul collo del condannato a morte. Per un futuro di corpi decollati  giudizio voleva che li si attrezzasse di pettinature sobrie. 
     La parrucca, bianco-grigia di crine di cavallo, parzialmente resiste nei tribunali britannici tra i magistrati e gli avvocati, i barristers, Inghilterra dove dopo più di 300 anni venne (o verrà?) abolita nei processi civili ma non in quelli penali. Ma non s'è più ripresa dallo spavento procuratole dai sanculotti. Assieme al rococò, paradiso-inferno degli architetti-parrucchieri, è sparita, lasciando il posto a qualche parrucchino tra i maschi che non hanno inteso la lezione del vescovo Sinesio. Prima di sparire canto come il cigno prossimo alla morte. Lo Stile Impero adottò il modello dell'antichità. Poi, dopo qualche incertezza controrivoluzionaria e passato il pauroso brivido del filo della lama sulla nuca, i capelli si riannodarono in complicatissime acconciature. Ma durò poco. Prima dell'accorciamento della gonna imposta negli anni Sessanta del secolo scorso dalla mai sufficientemente lodata Mary Quant, a farsi corti furono i capelli ai quali, benché posti a distanza dal luogo del piacere era assegnata la funzione della seduzione e dell'allontanamento, del chiamare e tenere lontano, del vorrei e non vorrei.. Mostrare la nuca e il collo e tentare gli occhi e le labbra maschili: così dettava la strategia del piacere prima che il copro femminile si svelasse occultato dalla biancheria intima, prima che il capello veniseese surclassato nella gerarchia dei mezzi seduttivi dal reggiseno e dagli slipo.
   Il mondo vendette la sua anima alla Tecnica dei Tipi, intollerante delle differenze e della varietà degli individui e dei generi, e dei peli in esubero. Quindi capelli corti e testa alla maschietta. E fu un riconoscimento di quella verità teologica che vede l'uomo (il maschio quale immagine di Dio). Tutto questo fino a quando la Tecnica dell'Occidente non ebbe a scontrarsi con l'irriducibile antagonismo delle civiltà altre che crearono resistenze interne e apostasie nel campo tricotico dell'Occidente. E fu un guazzabuglio vitalissimo di pettinature sorprendenti: africane, asiatiche, seminole, apache, mohicane, incaiche, sumere, assire, babilonesi, egizie, arricciate in permanenza, lunghe a volute, lunghe in allisciamento, colorate. E pelate, anche!

 




Julien Sorel a Catania o a Kuala Lampur


















“Per il luogo dove sono nato provo
una ripugnanza che arriva al disgusto fisico[…].
Tutto quanto è vile e comune nel genere borghese
 mi ricorda Grenoble; tutto quanto mi ricorda Grenoble
 mi fa orrore, no, orrore è troppo nobile; mi nausea” ( Henri Beyle)


Pippo Sapienza, in arte Pernacchia, Pippo Fava e, nel mezzo, Teletna di un altro Pippo, Pippo Recca: così vengono raccontati nel saggio, Teletna, nascita dell'Italia delle TV, (Bonanno 2009) di Giuseppe Lazzaro Danzuso gli anni Settanta del secolo scorso a Catania.
Non ci capivamo niente, noi stendhaliani di provincia (ma tutti i lettori di Stendhal erano provinciali, dannatamente marginali, e Stendhal odiava la città natale, Grenoble, come si può odiare una prigione di mediocrità e di ottusa violenza).     
Non ci capivamo niente e si vuole dire che ci era tutto chiaro: Manlio Sgalambro avrebbe detto (di Catania) che “nella città si può cogliere il tramonto di una civiltà camminando per le sue vie e dal volto dei suoi abitanti si può scoprire quanto sono vicini i barbari”.
La Medina dell’elefante (così la denominarono i dominatori Arabi) in quegli anni scollinava, andava in transumanza alla conquista dell’Etna, della sua conurbazione, dei comuni etnei. L’incremento demografico (saldo attivo delle nascite sulle morti e flusso immigratorio interno) si andava a depositare lungo la direttrice Nord e Nord-Est ad Acicatena, Gravina, San Giovanni La Punta, San Gregorio di Catania, Sant’Agata li Battiati, Mascalucia, Tremestieri etneo, Acicastello.
Si esaltava l’antica vocazione catanese di “fabbricar palazzi”, una vocazione da terremotati, da dissepolti dalle macerie di quei terremoti che costringono i sopravvissuti a ricostruire come ossessi, come il frullìo di api impazzite davanti a un alveare crepato.
       Si riduceva ulteriormente l’attività agricola (dal 1951 al 1981 l’agricoltura perdeva il 27,9% dei suoi addetti), il terziario dell’impiego pubblico, del commercio al minuto e della vita di espedienti si innalzava e si allargava come un “fungo” atomico (dal 30,3% del 1951 al 53,9% del 1981).
La città si de-urbanizzava con un decremento di popolazione residente del 4,9% tra il 1971 e il 1981, passando nel decennio dai 400.048 abitanti  ai 380.328).
Negli anni di cui tratta Lazzaro Danzuso, tutto il comparto delle attività legate all’acqua, al gas, alle industrie estrattive, a quelle manifatturiere per la trasformazione dei metalli e per la meccanica di precisione beneficiò dell’incremento irrisorio di 371 unità (ma la si continuava a chiamare, Catania, la Milano del Sud). Era il settore delle costruzioni(comprese le industrie di installazione degli impianti di edilizia) a fare un ragguardevole balzo in avanti raggiungendo la quota di 2.665 unità  che erano 911 nel 1971.
Mentre a Torino comandava Agnelli, a Catania - ricorda Lazzaro Danzuso - la politica della città che era cronaca giudiziaria sceglieva ad interlocutori privilegiati gli astri autoctoni dell’imprenditoria: Ferrini, Massimino e i quattro cavalieri dell’Apocalisse.
La città, odiata-amata da Giuseppe Fava, si preparava ad essere rappresentata spietatamente dai romanzi (romanzi?) di Silvana La Spina, Enzo Russo, Alfio Caruso, di Antonio Di Grado. La città si preparava ad accogliere il viaggiatore apocalittico Ceronetti per fargli scrivere che “a Catania non c’è di bello che quel che è in sfacelo […]. Questo era un popolo fatto dalla povertà, nato per essere povero; il denaro l’ha fritto come in un’enorme padella, e oggi la sua faccia è annerita, ustionata”.
Non ci capivamo niente: a Catania la delinquenza ubiquitaria dei quartieri stava trovando il suo posto di eccellenza nella mafia. Uno l’aveva capito, ma noi non avevamo capito che Giuseppe Fava l’aveva capito. Ci pareva fosse una trovata teatrale (Catania è una città teatrale diceva Sciascia, dice Lazzaro Danzuso, diciamo noi che mai la prendemmo, la prenderemo sul serio), un’esagerazione da cui distogliere attenzione ed energie, indirizzate, invece, nei laboratori rivoluzionari. Che fossero mafiosi i nostri imprenditori, non lo si voleva riconoscere perché ciò  avrebbe ridimensionato l’impegno dell’apocalisse rivoluzionaria a solletico riformista, a predica morale: per noi il capitalismo era intrinsecamente violento, a Milano, felpatamente morbido, a Catania spudoratamente mafioso. Insomma, la mafia era un aggettivo del sostantivo “padrone”. E noi eravamo ragazzi di sostanza, sostanzialisti.
Non ci capivamo niente, ma Catania non ci piaceva. Non ci piacevano i suoi giornalisti, non leggevamo la stampa locale ed aspettavamo, come gli Ebrei il Messia giustiziere, l’uscita di “Giovane Critica” o l’arrivo dei “Quaderni Piacentini”.
Il libro di Giuseppe Lazzaro Danzuso ci fa capire le ragioni di quel disagio generazionale ed antropologico che subivamo e che non capivamo.
Un libro coraggioso: ci vuole coraggio ad iniziare il racconto di una città amata (grottescamente, ironicamente amata) con le imprese di Pippo Pernacchia o Pippu d’e pirita, uno che “si guadagnò da vivere per cinquant’anni praticando,  da vero virtuoso, lo sberleffo sonoro”. Pippo Sapienza come Julien Sorel de Il rosso e il nero di Henri Beyle: quello sberleffava a pagamento la città, questo leggeva contro la sua città, contro la sua famiglia. Non lo capivamo, ma Pippo era tutti noi, i contestatori che sognavano l’altrove, Parigi (o Londra).

L’autunno “caldo” delle lotte operaie e studentesche si faceva inverno algido degli anni di piombo, annunciato dall’uccisione dei braccianti di Avola del dicembre del 1968 e di due operai di Battipaglia nella primavera del 1969, esploso nel dicembre del 1969 con una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, e Giuseppe Pinelli cadde dalla finestra e, poi, all’anniversario, come una celebrazione di ricorrenza, il principe Junio Valerio Borghese tentò il colpo di Stato (ridicolo perché abortito) e Giovanni Leone, superstizioso come una maschera della commedia italiana, avvocato di un esponente della famiglia dei cavadduzzu in un processo per omicidio, eletto nel 1971 Presidente degli Italiani,di tutti gli Italiani, siciliani e il sottoscritto compresi, e Boia-chi- molla a Reggio di Calabria e Catania, dei sindaci incolori Magrì e Marcoccio, divenne nera: nelle elezioni comunali del 1971 il Movimento sociale Italiani ottenne un grande riconoscimento elettorale con il 21,5% dei voti.
 Il prezzo del petrolio dei paesi dell’Opec nell’autunno del 1973 giunse alle stelle, svalutando ulteriormente la lira, in balia dei cambi instabili seguiti all’abbandono (agosto1971) del gold exchange standard degli accordi di Bretton Woods del 1944 (la convertibiltà del dollaro in oro): giungeva al termine la ricreazione del lungo quarto di secolo dalla conclusione della seconda guerra mondiale.
 La stagflazione si aggirava per l’economia dell’Occidente: un matrimonio di sposi solitamente incompatibili, inflazione di prezzi con aumento della circolazione monetaria ( con il contributo locale dell’invenzione dei miniassegni di Pippo Recca, rammenta Lazzaro Danzuso) e stagnazione di produzione e reddito.
“Nixon boia”, tra Vietnam e Watergate, erano nel frattempo nate le Brigate rosse, era nato il Gap di Giangiacomo Feltrinelli, e si rapiva il giudice di Genova Mario Sossi. Una bomba a Brescia in piazza della Loggia (otto morti) e fu guerra civile tra i giovani. Gli adulti, i democristiani compagni di partito di Leone, Rumor e Gui, il socialdemocratico Tanassi prendevano tangenti dalla compagnia aerospaziale, Lockheed. E si sparava, senza misericordia e a bersaglio, alle gambe, al cuore, in testa a Montanelli, a Carlo Casalegno, a Walter Tobagi, a magistrati, a poliziotti, ad operai, a professori universitari, a studenti, a povera gente, ad Aldo Moro.
Come si poteva amare il paese di Giovanni Leone, quello delle corna apotropaiche, delle Brigate rosse e del terrorismo rosso e nero (solo cromaticamente stendhaliano)?
E chi poteva avere testa alla mafia di Catania? Solo uno: Giuseppe Fava che amava ed odiava Catania. Noi avremmo voluto essere (ed eravamo) altrove. Come Sciascia, maestro di stendhalismo, che, inaugurando i suoi romanzi (romanzi?)  di mafia con Il giorno della civetta (1961, rappresentato nel 1964 da Giancarlo Sbragia allo Stabile di Catania), “insegnando” (e trasfigurando in fantasma letterario) la mafia, in irriducibile opposizione aveva caparbiamente testa al “compromesso storico” tra Sinistra e “masse cattoliche che non esistono”, tra l’esistente (caspita, se esistente!) Andreotti e Berlinguer, nel cui partito alle comunali palermitane del 1975 il grand’uomo di Racalmuto veniva eletto come indipendente.  
Noi eravamo di casa, a due passi da casa, nella guerra dello “Yom Kippur”, dell’attacco militare egiziano ad Israele (ottobre 1973), nella guerra civile tra musulmani, palestinesi e cristiani maroniti del Libano, disputato da Siria ed Israele.
 Noi eravamo lontani dalla mafia e da casa; eravamo di casa in quella schifezza feroce del cambogiano Pol Pot, nel Cile del povero Allende e dell’abominevole Pinochet, nel Portogallo post-salazarista e nella Spagna senza Francisco Franco.
Eravamo in ogni luogo, tranne che a Catania. E conoscevamo Sarti, Burgnich, Facchetti e Gigi Meroni. Sapevamo tutto dei Drusi, dei Falascià etiopi, dei Senussiti libici, delle nazioni degli Indiani del Nord America, di Sartre e di Camus.
Non ci restava tempo per informarci delle correnti democristiane nazionali, degli “ascari” dei partiti romani.
Drago, chi era Drago? E Micale? Di Turi Micale sapevamo quanto quel graffitaro insospettato di Checco Rovella aveva pittato sui muri cittadini: “Il Pigno ha sete e Micale se ne fotte”.
Chi, invece, era tutto a Catania di cui capiva gli umori profondamente superficiali, popolari, quello fu Pippo Recca, il geniale pioniere a Catania della “terza rivoluzione industriale” (televisione, informatica e telematica) che aveva fatto i primi passi negli Usa degli anni Cinquanta e i secondi, di corsa, in Giappone.
E a questa città, alla sua città regalò lo specchio, fedelissimo specchio: la televisione, “Teletna”.
Il libro di Lazzaro Danzuso è un omaggio a Pippo Recca e, nel contempo, un racconto stendhaliano (inconsapevole?) di questa nostra Grenoble, passata, prossima e ventura.



“La gioia che dà Stendhal è imprevedibile quanto la vita, quanto le ore di una giornata e quanto le giornate di una vita. Quando e quanto più crediamo di conoscerlo, ecco che ci sorprendiamo a scoprirlo in un passo, in una frase; o a sovvertire, tra i suoi libri, l’ordine delle preferenze, delle affezioni”










Testi di riferimento:


           Guido Ceronetti, Un viaggio in Italia, 1981-1983, Einaudi 1983
Franco Sidoti, Povertà, devianza, criminalità nell’Italia meridionale, Franco Angeli 1989
Alfio Caruso, Tutto a posto 1991 e  I penitenti, Mondadori 1993
Claudio Fava, La mafia comanda a Catania (1960-1991), Laterza 1991
Antonio Di Grado, Casa la Gloria, Il Girasole 1992
Enzo Russo, Nato in Sicilia, Mondadori 1992
Silvana La Spina, L’ultimo treno da Catania, Bompiani 1992
Tino Vittorio, L’ordine e la moralità negli affari a Catania, Collegio de Ragionieri di       Catania 1993
Fabio Albanese, La tele dell’Etna, Bonanno 2007