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giovedì 1 agosto 2013

Gli interrati





Già dalla prima frase de Il Nomos della Terra di Carl Schmitt scopro una falsità a danno della mitologia. Si legge: "La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del diritto". Eh,no! Nel mito la Terra, Gaia o Ghè, è la madre di un gigante, di un tizio, affetto da gigantismo, Anteo. Chi è Anteo? Figlio di Gea, la Terra, e di Poseidone, il Mare, re della Libia (Lixus un’isola di fronte a Larache, Marocco, ospitava il palazzo del “libico” re Anteo) si oppone a chi va, a chi cerca la sua strada, a chi traccia sentieri nel deserto civilizzandolo, a chi cerca limiti da oltrepassare. La mitologia lo consegna ai posteri come antagonista di Ercole nella sua penultima fatica volta al conseguimento dell’immortalità. Anteo si cibava di stranieri (i viandanti estranei e in conflitto con la sedentarietà), il cui cranio serviva da tegola per il tetto del tempio paterno. Un gigante di conformismo intellettuale, alimentato dai valori della Terra (la terra ortiva delle melenzane in serra o in campo aperto), da uno degli elementi della Natura che concorrono e condizionano il tempo degli uomini, la progettualità, la sensibilità, l’idealità, le passioni degli uomini. La forza del re-gigante è in sua madre, la Terra, la serra dei consolidati luoghi comuni che rivitalizza il figlio tutte le volte che viene buttato giù, a terra, tra le braccia della madre. Ercole lo solleverà, spossandolo ed annientandolo in un abbraccio serrato come un sillogismo di intelligenza.
La Terra è il vecchio, il mare è il nuovo, Ercole è il padre, Anteo è la Madre: figli del mondo ma antagonisti. Il brutto che possa toccare agli uomini è di vivere secondo valori geofisici, comunque ortivi, e peggio, se invertiti: un isolano si deforma nel continentale, il terraiolo naufraga in mare.
Anteo, quindi, tipo mitologico negativo: rappresenta il conformismo, l’immensa distesa desertica dei luoghi comuni che - come i deserti  - sono luoghi vuoti dove smarrirsi è la più ovvia delle cose, dove lo smarrimento  è il vero ed assoluto valore della desertificazione.
Ercole vuole guadagnare la strada per il mare a completamento di quelle fatiche che lo dovranno portare all'immortalità, alla sua sostanza, all'identificazione di ciò che lo farà essere perennemente Ercole: la conoscenza del suo destino, delle sue vocazioni, del suo essere compiuto, con il passato delle dodici fatiche alle spalle.
Da una parte la Terra, dall'altra il Mare, anzi l'Oceano (del Marocco atlantico) che di questo è figlio il Mediterraneo. 
Bisogna scegliere: o il padre o la madre, bisogna avere consapevolezza del modo dell'essere stati scelti. Noi Mediterranei, noi isolani siamo stati scelti dal Mare, ma torniamo autolesivamente verso la terra, alla mammella, al ciuccio della terra, come dei bambinoni, adulti nel corpo, ma infantili nell'anima, immelenzaniti.
La terra è fertile, dissodata, coltivata,scavata, reca "sul proprio saldo suolo recinzioni e delimitazioni, pietre di confine, mura, case e altri edifici[...]. Il diritto è terraneo e riferito alla terra[...]Il mare non ha carattere, nel significato originario del termine, che deriva dal greco (charassein), scavare, incidere, imprimere. Il mare è libero".
Di quella libertà, insopportabile alle melenzane, ci libererà l'Apocalisse: "ci sarà una nuova terra - dice San Giovanni, citato da Schmitt - purificata dal peccato[?] e su di essa non ci sarà più mare". 
Questa è una risorsa denegata, anzi è l’elemento della natura di fondazione antropologica per un'isola e - come scriveva in un’antica Historia Brittonum, Goffredo di Monmouth - ‘nessun dio può regnare su un’isola se non comanda anche sulle acque che la circondano”: Una realtà senza Dio, non ha essenza, è inessenziale, è spregevole, è sottosviluppata, appunto.


La nostra - dei mediterranei - sostanza sta a mare, in salo, insula. Da lì bisogna non ripartire, ma partire, per dare il mare al Mediterraneo.

P.S. A onor del vero,quattro anni dopo la pubblicazione del Nomos, Schmitt in Dialogo sul potere e in Dialogo sul nuovo spazio (1954) dirà altre cose sul mare e chiarirà "perché la rivoluzione industriale, con la sua tecnica scatenata, si associa con un'esistenza marittima. L'ordinamento terraneo, al cui centro sta la casa [Bau abitata dal Bauer, contadinoil melenzanaio, il coltivatore delle melenzane], di necessità ha con la tecnica un rapporto fondamentalmente diverso rispetto a una modalità di esistenza al cui centro si muove una nave. Un'assolutizzazione della tecnica e del progresso tecnico, nonché l'identificazione di progresso tecnico e crescita tout court, insomma tutto ciò che si può riassumere con la formula 'tecnica scatenata' si sviluppa soltanto con il presupposto, sul terreno propizio e nel clima di un'esistenza marittima. Seguendo la chiamata degli oceani che si stavano aprendo, e compiendo il passo verso un'esistenza marittima, l'isola Inghilterra diede una grandiosa risposta storica alla chiamata storica dell'èra delle scoperte. Ma al tempo stesso creò i presupposti della rivoluzione industriale, e diede inizio all'epoca di cui oggi sperimentiamo la problematicità" (C. Schmitt, Dialogo sul potere, Adelphi, 2012, pp. 78-79). Meglio problematico che interrato!

domenica 28 luglio 2013

Un ammiraglio corsaro o uno scrittore Nobel: di chi ha bisogno un’isola?

“Luigi Pirandello nacque dentro una sterminata dinastia palermitana di gente di mare. I Pirandello navigavano comandavano e armavano bastimenti, partecipavano alla fondazione di compagnie di navigazione a Palermo da almeno un secolo prima che Luigi, futuro Nobel, venisse al mondo. Sul mare e con il mare, intraprendenti e spregiudicati, talvolta audaci, avevano fondato le basi di una notevole fortuna economica”.

Questo è l’incipit del volumetto di Mario Genco, I Pirandello del mare (XL edizioni, Roma 2011). Il primo Pirandello, Andrea, arrivò a Palermo da un paesino di marinai della Liguria nel 1772. Si mise a comprare e a rivendere olio, grano, vino  e, poi, arance zolfo, bastimenti. Si fece corsaro anglo-napoletano per Ferdinando IV, Re delle due Sicilie. Una dinastia di imprenditori, avveduti e coraggiosi, spietati con i creditori, usurai forse, banchieri certamente, e oculatissimi nella compravendita dei bottini predati nelle crociere di corsa: per nulla … pirandelliano fu il prolificissimo casato dei Pirandello fino a quando non si estinse nel Nobel della letteratura. Vi affogò tra novelle, commedie e romanzi. Era sopravvissuto alle tempeste dei mari e degli Oceani il nome dei Pirandello, “logorato ma salvo/meglio vivo che morto … ma sempre salvo in porto” - come pare scrivesse in una delle sue poesie il drammaturgo Luigi Pirandello. Si allungava la lista dei poeti e si rattrappiva quella dei navigatori, fino a fare del mare Mediterraneo una tinozza per melenzane a bagnomaria. Scrive Genco: "Il mare ,[Luigi Pirandello ne era incantato come da una miniera per esercizi retorici] lo amava. Ma come molti siciliani, e soprattutto molti scrittori siciliani Verga compreso,[…] ne aveva sospetto[…].Il mare dei porti gli cancella l’incanto[del mare] e gli volge l’umore, con quel suo tanfo denso,caldo acre di sale e di muffa, delle alghe morte, appacciamate, misto all'odor della pece e del catrame. Lo stesso che si spande a bordo, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova all'interno delle navi". 

A seguire quel tanfo ci si sarebbe allontanati dal profumo di libri predatori letali dell’intelligenza delle melenzane che amano scrivere (meno leggere) piuttosto che vivere, navigare. Meglio scrittore che ammiraglio, meglio morto che vivo!E Luigi Pirandello odiava, la navigazione, le navi e i loro capitani! Come un vero siciliano, nonostante discendesse da avi liguri! Un uomo che è un mito negativo, come quello di Anteo: un gigante. Con i piedi ben piantati a terra. Come una melenzana ben radicata nell'orto! 

Si sente già lo squittio sussiegoso dell'uomo di lettere che prende cappello e mi toglie il saluto!


venerdì 7 giugno 2013

La melenzana robotica dell'energumeno e la sua zucca identitaria.

L'identità è il passato volto al futuro quando anche questo è passato. La sua azione è al futuro anteriore, una supposizione. Oppure, l'identità, come il sarchiapone, è una costruzione indefinita mai "identica" a se stessa oppure è quella dei denti del drago, ucciso da Cadmo, un automatismo da energumeno. Gli Spartoi, "uomini seminati" (gegeneis: nati dalla terra) germogliano, come da chicchi di grano i cereali, e si presentano quali guerrieri armati di tutto punto - scrive Jean-Pierre Vernant ne L'universo,gli dèi, gli uomini ( Einaudi 2000, p.145) "in tenuta da oplita, con elmo, scudo,gladio, lancia, schinieri, corazza. Spuntati dal suolo, i guerrieri assumono subito un atteggiamento di minaccia, si guardano l'un l'altro, squadrandosi, diffidano come possono fare solo creature interamente votate al massacro, alla guerra,alla violenza bellica, guerrieri dalla testa ai piedi". In tempi di pace li si trova sugli spalti dei campi di calcio, i "warriors" dell'autoctonietà. Cadmo, che deve fondare Tebe rassegnatosi alla perdita della sorella Europa non più rintracciabile, "capisce immediatamente che [gli Uomini seminati] potrebbero rivoltarglisi contro. Afferra dunque una pietra e approfittando del fatto che i guerrieri miracolosi sono intenti a sfidarsi l'un l'altro con lo sguardo, la getta in mezzo a loro. Non sapendo da chi è stata scagliata la pietra, gli uomini si accusano reciprocamente e si massacrano. Solo cinque sopravvivono [...]. Sono uomini nati dalla terra, autoctoni. Non sono vagabondi, le loro radici affondano saldamente nel suolo; rappresentano il legame fondamentale e concreto con la terra tebana e sono interamente votati alla vita guerriera". Una melenzana robotica o sia - con Eraclito - un demone identitario ortivo, se risponde a plausibilità il noto aforisma: il carattere di un uomo è il suo demone che balza fuori come vuole la Madre Terra  e secondo i misteri frigi ripresi e avvalorati da Platone per il quale nel Politico le psuchai (anime) "sono concepite come semi che cadono penetrando nella terra e nel Timeo come seminate nella terra e in altri mondi". La citazione precedente annota il passo seguente:"L'idea che l'anima e il seme della nuova vita si trovassero nella testa si può ora ipotizzare sorretta dall'assimilazione dell'uomo ad altri figli della Madre Terra, più in particolare al grano che sembra alla base dei riti misterici, non solo eleusini; tale assimilazione ricorre nei racconti secondo i quali gli uomini nascevano un tempo dalla terra dopo essere stati seminati. E' noto che nei misteri frigi il dio era una spiga mietuta ricca di linfa e tale era la suprema rivelazione di Eleusi": così R.B.Onians nel suo geniale saggio, Le origini del pensiero europeo (Adelphi 2011, p. 140). La testa, a terra adagiata,dalla terra rinvigorita come Anteo dalla sua genitrice, dall'humus generatore e rigeneratore materno, non di rado era una zucca e... caput cucurbita fit!